Tanzania, la rielezione della presidente Hassan segnata dal sangue
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Le elezioni generali in Tanzania, che si sono tenute il 29 ottobre, hanno ufficialmente riconfermato al vertice dello Stato Samia Suluhu Hassan, la quale ha ottenuto una percentuale di consensi prossima al 98%, un risultato plebiscitario che, tuttavia, è stato immediatamente offuscato da accuse di brogli e da una repressione sanguinosa. L’esclusione dalla competizione elettorale dei principali leader dell’opposizione, infatti, ha gettato benzina sul fuoco di un malcontento già diffuso, trasformando la giornata del voto nell’inizio di tre giorni di disordini e di scontri di una violenza inaudita. Le forze armate, chiamate a intervenire per sedare le proteste, hanno agito con un impeto che, secondo i resoconti dell’opposizione, ha causato un numero di vittime civili elevatissimo, mentre il governo ha imposto un blackout informativo, isolando di fatto il Paese dal resto del mondo e rendendo impossibile una verifica indipendente sul bilancio reale della strage.
Il prezzo delle proteste e il silenzio imposto
Le cifre diffuse dai gruppi politici avversari parlano di almeno settecento persone uccise nel giro di soli settantadue ore, un conteggio agghiacciante che, sebbene non confermato da fonti ufficiali, dipinge un quadro di repressione brutale. Il blocco di internet, decretato dalle autorità nel tentativo di controllare il flusso di notizie e di impedire la coordinazione dei manifestanti, ha contribuito a creare un clima di paura e di incertezza, lasciando circolare per lo più le voci dell’esilio e della diaspora. Molti di quelli che sono scesi in piazza per contestare un esito elettorale giudicato illegittimo, denunciano di aver subito una risposta sproporzionata da parte dei militari, i quali non avrebbero esitato a usare le armi da fuoco contro i civili, incluso qualcuno che si limitava a esprimere il proprio dissenso. La situazione, per quanto concerne le indagini e gli sviluppi giudiziari, rimane per il momento opaca, anche a causa della censura e della difficoltà per i giornalisti indipendenti di operare liberamente all’interno dei confini nazionali.
Un mandato nato nell’ombra delle contestazioni
Samia Suluhu Hassan, che aveva assunto la guida della Tanzania nel 2021 in seguito alla scomparsa del predecessore, si appresta dunque a governare un Paese profondamente lacerato, dove la stabilità di cui ha a lungo goduto appare ormai un ricordo lontano. Il partito di governo, il Chama Cha Mapinduzi, che detiene il potere ininterrottamente da quando la nazione ha conquistato l’indipendenza, si trova a dover gestire una crisi di legittimità senza precedenti, mentre le opposizioni, private dei loro candidati e in balia di una repressione che non accenna a placarsi, faticano a trovare uno spazio per la propria voce. La stessa percentuale di voto, così schiacciante da apparire inverosimile a molti osservatori interni, ha alimentato il sospetto che il processo democratico sia stato piegato alla volontà del regime, il quale non avrebbe esitato a sopprimere nel sangue qualsiasi forma di dissenso pur di mantenere il controllo.
Le conseguenze immediate di una crisi annunciata
Oltre al dramma umano, rappresentato dalle centinaia di famiglie in lutto, la Tanzania deve ora affrontare le ripercussioni di un’instabilità che rischia di minare le sue fondamenta sociali ed economiche. Le immagini delle proteste e della violenza, sebbene filtrate a fatica attraverso il muro della censura, hanno scosso l’opinione pubblica internazionale, sollevando interrogativi sul futuro di una nazione che era considerata un faro di relativa pace in una regione spesso turbolenta. La presidente Hassan, che nel suo primo mandato aveva promesso aperture e riconciliazione, si trova oggi a dover rispondere di una crisi che sembra aver cancellato molti degli sforzi compiuti in precedenza, con un esercito accusato di aver commesso atrocità e una popolazione sempre più polarizzata e sdegnata verso le istituzioni.




