La «rivoluzione dei fenicotteri» si espande, la diaspora albanese in Italia scende in piazza contro il resort del genero di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non solo Tirana, non solo Valona. Il movimento che gli albanesi hanno ribattezzato «Rivoluzione dei fenicotteri» – un’ondata di protesa nata dalla volontà di preservare l’Isola di Sazan e la Laguna di Narta-Zvernec dall’assalto del cemento – varca ormai i confini nazionali, trovando eco nelle principali città europee e nordamericane dove la diaspora è più radicata.

Anche l’Italia, che accoglie una delle collettività albanesi più numerose e storicamente legate alla madrepatria, ha assistito nei giorni scorsi a manifestazioni organizzate dal basso, lontane da logiche di partito e animate da un messaggio tanto chiaro quanto radicale: l’Albania, quella dei fenicotteri rosa e delle coste ancora selvagge, non è un bene in vendita per miliardari stranieri, per quanto potenti possano essere i loro agganci familiari.

Fermo, la protesta dei 150: «L’Albania non si vende»

Nel pomeriggio di oggi, a Lido di Fermo, piazza Giorgio Castriota Skanderbeg è diventata il crocevia di una mobilitazione che ha riunito oltre 150 persone. Non solo adulti: l’elemento forse più suggestivo della giornata è stata la presenza di molti bambini, richiamati simbolicamente come «segno del futuro e della responsabilità che passa di generazione in generazione».

A organizzare l’evento è stata Diana Pili – residente a Pollenza, collaboratrice di uno studio legale nonché esperta in politiche dell’integrazione nell’Unione Europea – affiancata da altri connazionali sparsi sul territorio. L’iniziativa ha raccolto cittadini di origine albanese provenienti non solo da tutte le Marche, ma anche dall’Abruzzo, senza dimenticare la partecipazione di numerosi italiani sensibili alla questione ambientale.

I cartelli, spesso colorati di rosa in omaggio ai fenicotteri simbolo della laguna, ripetevano a gran voce uno slogan ormai divenuto virale: «L’Albania non si vende».

L’oggetto del conflitto: un colosso da miliardi in una zona protetta

Al centro delle contestazioni – sia in Albania, dove le proteste vanno avanti ormai da quattordici giorni consecutivi, sia in questa sorta di “esilio militante” rappresentato dalle piazze italiane – vi è un megaprogetto turistico da circa 4,6 miliardi di dollari. A promuoverlo, attraverso i propri fondi di investimento, è Jared Kushner, marito di Ivanka Trump e quindi genero del presidente americano Donald Trump.

L’intervento edilizio prevede la costruzione di un resort di lusso, comprensivo di strutture alberghiere e infrastrutture, in due punti nevralgici della costa albanese: l’isola disabitata di Sazan, un tempo base militare dell’epoca comunista, e la laguna di Narta-Zvernec, un ecosistema fragile di immenso valore biologico dove nidificano tartarughe marine e si radunano stormi di fenicotteri rosa.

La preoccupazione sollevata dai manifestanti, che hanno visto l’intervento della polizia e l’utilizzo di spray al peperoncino in alcuni sopralluoghi precedenti, è che l’opera possa cancellare decenni di equilibrio naturale in nome di un turismo elìte destinato a pochi.

Un’opposizione trasversale che guarda all’Europa

Quanto accaduto a Fermo rappresenta lo specchio fedele di una rabbia che, nelle ultime settimane, ha assunto i contorni di una ribellione civile trasversale. A differenza di altre mobilitazioni degli scorsi anni, questa volta le critiche non si concentrano esclusivamente sulla figura del premier Edi Rama – il quale difende l’operazione sostenendo che porterà sviluppo e posti di lavoro – ma investono anche le dinamiche opache che hanno permesso di modificare lo status giuridico di alcune aree protette per facilitare l’arrivo degli investitori stranieri.

La stessa procura anticorruzione albanese (SPAK) avrebbe aperto un fascicolo per far luce sull’acquisto dei terreni, un segnale che la partita si gioca su un terreno scivoloso fatto di concessioni e deroghe legislative.

Ed è proprio il rispetto delle normative Ue a fare da sfondo alla vicenda: mentre Bruxelles, attraverso la Commissione europea, ha ricordato a Tirana che il mancato rispetto del capitolo 27 (ambiente) potrebbe compromettere il percorso di adesione all’Unione, la diaspora in Italia ha scelto di fare da cassa di risonanza, portando la “Rivoluzione dei fenicotteri” anche nel cuore della Pianura Padana e lungo le coste adriatiche.

Non si tratta di una protesta contro il made in USA né contro l’imprenditoria straniera in sé; si tratta, per usare le parole degli organizzatori, della difesa di un patrimonio collettivo che rischia di essere divorato da ruspe e interessi speculativi, dimenticando che la bellezza di quei luoghi è l’unica risorsa veramente non rinnovabile del paese.

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