Ligabue all’Olimpico di Roma, la notte in cui il rock si è fatto carico delle guerre e della violenza

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Roma, nella sua imponenza talvolta algida, ha restituito ieri sera un calore inaspettato. Sul palco dello Stadio Olimpico, gremito da oltre cinquantamila persone per la prima ufficiale del tour “La Notte di Certe Notti” dopo la data zero di Bibione, Luciano Ligabue ha messo in scena molto più di una semplice celebrazione. Se è vero che l’occasione era ghiotta per ripercorrere i trent’anni di “Buon compleanno Elvis” e di quel singolo, “Certe notti”, che ne ha segnato il destino, il rocker di Correggio ha scelto la via opposta: quella dell’impegno frontale.

Il concerto, infatti, si è trasformato in una tribuna mobile da cui lanciare messaggi chiari, senza la mediazione di giri di parole o la ricerca di facili consensi, spaziando dalla denuncia dei conflitti dimenticati a un attacco frontale alla violenza di genere.

Il “corto circuito” di Happy Hour e il grido contro i massacri

Uno dei momenti più alti, sul piano della tensione emotiva e della critica sociale, è arrivato con “Happy Hour”. Il brano, solitamente un inno alla spensieratezza, è stato introdotto da un video-realizzato con l’intelligenza artificiale-che ha lasciato il pubblico spiazzato. In una sorta di navicella spaziale, infatti, sfilavano i ritratti di leader mondiali intenti a brindare: da Donald Trump a Vladimir Putin, passando per Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Benjamin Netanyahu e diversi altri.

Un cortocircuito visivo potente, che ha trasformato la canzone in una riflessione amara su un mondo dominato da ciò che Ligabue stesso, a margine dell’evento, ha definito i “signori della terra e della guerra”. Ma è con “Il mio nome è mai più” che lo stadio ha trattenuto il fiato. Ligabue ha riproposto il manifesto contro i conflitti che incise nel 1999 con Piero Pelù e Jovanotti, sottolineando come quella musica valesse allora tanto quanto oggi, “oggi forse ancora di più”.

Sugli schermi giganti sono comparse, nette e senza scampo, le scritte che chiedevano di porre fine ai massacri a Gaza, in Ucraina, in Sudan, fino a menzionare i 56 conflitti attualmente attivi nel mondo. Una litania di dolore che il cantautore ha voluto recitare a muso duro, ricordando al pubblico che la normalità mediatica non può far dimenticare l’emergenza umanitaria.

La replica a De Gregori e l’urgenza di dire la propria

In un’intervista rilasciata prima del concerto, Ligabue ha voluto rispondere a distanza alle recenti dichiarazioni di Francesco De Gregori, che aveva manifestato un certo imbarazzo verso i colleghi usa il palco come palcoscenico politico. “Francesco-De Gregori, intendo-è un patrimonio della musica e della cultura di questo Paese”, ha esordito il Liga, riconoscendogli la libertà di pensiero che lo contraddistingue. Tuttavia, la sua posizione è apparsa subito divergente: “Quel pensiero non lo condivido. La musica non deve per forza esprimersi, ma può farlo. io ho sempre cercato di farlo attraverso le canzoni”. Un modo, il suo, per rivendicare il diritto-dovere dell’artista di sporcarsi le mani con la realtà, lontano dall’asetticità di chi preferisce restare in disparte. La serata, del resto, era già una dimostrazione plastica di questa filosofia.

“Nessuno è di qualcuno”: un inedito per fermare la violenza

L’atto di coraggio più intimo, però, è arrivato con l’esecuzione dell’inedito “Nessuno è di qualcuno”. Prima di cantarla, Ligabue ha voluto dedicare la canzone “a tutte le donne e le ragazze che hanno subito un qualsiasi tipo di violenza”, citando il dato, a suo dire intollerabile, secondo cui in Italia una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale. Sul palco, la scenografia si è fatta spoglia, essenziale.

Sugli schermi hanno preso vita i volti di attori e conduttori-Pierfrancesco Favino, Fiorello, Luca Zingaretti, Raoul Bova, Amadeus, e la stessa Fiorella Mannoia, presidente dell’associazione “Una Nessuna Centomila”-che ripetevano il titolo del brano come un mantra collettivo. Un momento di alta intensità civile, che ha dimostrato come Ligabue, a distanza di trent’anni da quelle “Certe notti”, senta ancora fortissimo il bisogno di usare la chitarra come un’arma di denuncia, lontana anni luce dalla nostalgia fine a se stessa.

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