La Biennale del “tono minore” parte tra gli spasmi della politica e l’assalto alla cittadella dell’arte
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Redazione Cultura e Spettacolo
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VENEZIA. C’è un momento, nella cerimonia d’apertura di ogni grande kermesse, in cui il ronzio dei fatti mondani tace e lasciano il passo quelle dinamiche di potere che, spesso, restano sepolte sotto il tappeto rosso dei vernissage. A infrangere quest’anno il vetro della diplomazia culturale è stato Pietrangelo Buttafuoco, il presidente della Biennale, che ha scelto la suggestiva cornice della Polveriera Austriaca a Forte Marghera per ribattere punto su punto a chi – a partire dal ministro della Cultura Giuli – ne ha contestato la linea. “L’arte è più forte dei prepotenti”, ha tagliato corto, lanciando una stoccata a un governo che, a suo dire, avrebbe preferito tenere in pugno le redini di un’istituzione che Buttafuoco rivendica come fieramente autonoma. Era l’atto d’esordio di una kermesse, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, che il pubblico potrà visitare dal 9 maggio al 22 novembre, ma che già nei giorni di pre-apertura (quelli dedicati alla stampa e agli addetti ai lavori) ha svelato il suo vero volto: quello di un campo di battaglia culturale, disseminato di assenze illustri e passerelle blindate.
L’intreccio tra diplomazia e memoria nei nuovi padiglioni
Intitolata “In Minor Keys” – un richiamo ai toni bassi della malinconia e della riflessione intima –, questa edizione porta la firma postuma della curatrice Koyo Kouoh, figura di spicco scomparsa nel maggio del 2025. La sua assenza fisica aleggia tra i Giardini napoleonici e l’Arsenale, trasformando la rassegna in un atto dovuto e, al contempo, in un viaggio totalizzante nelle psiche dei singoli Stati. Non ci si limita a “visitare” opere: si attraversano cento mondi diversi, ciascuno con la propria ossessione politica o il proprio trauma storico. Basta fare un giro tra i Paesi per notare come la geopolitica entri a gamba tesa nell’estetica: l’Armenia costruisce il suo racconto attraverso sculture materiche che rimandano senza troppi filtri al conflitto del Nagorno-Karabakh, mentre il nuovo ingresso di nazioni come la Somalia (che debutta a Palazzo Caboto) o il Qatar estende la mappa di un mondo che, nei suoi margini, cerca una ribalta lagunare. A tenere insieme questa complessa partitura ci pensano 111 artisti e collettivi, tra i quali emergono le figure di Issa Samb e Beverly Buchanan, ma il filo conduttore offerto dalla defunta curatrice è chiaro: rallentare il passo e sintonizzarsi su quelle frequenze basse che la “cacofonia del caos” quotidiano tende a sommergere.
La querelle russa e l’addio dell’Iran tra ispezioni e schermi giganti
Se l’arte cerca spazi di silenzio, la cronaca si incarica di riempire la scena di rumori assordanti. La tensione più alta – quella che ha rischiato di far deragliare l’intero meccanismo – è legata al ritorno del padiglione russo, assente dal 2022 per l’invasione dell’Ucraina. La scelta di Buttafuoco ha scatenato un vero e proprio terremoto istituzionale: il ministro Giuli, che pure proviene dalla stessa matrice culturale del presidente della Biennale (entrambi cresciuti nel giornalismo del “Foglio”), non ha usato mezzi termini, definendo l’accaduto un “pasticcio” e accusando Buttafuoco di essersi “auto-commissariato” dopo aver sognato una sorta di Onu dell’arte. Nei fatti, la soluzione trovata per aggirare l’ostracismo è paradossale e fotografa bene lo stallo attuale: gli artisti russi registreranno a porte chiuse la performance “The Tree is Rooted in the Sky” durante i giorni dell’opening. Finita la registrazione, le serrande del padiglione rimarranno abbassate per tutta la durata dell’esposizione, costringendo i visitatori a seguire l’evento su maxi-schermi collocati all’esterno. In questo braccio di ferro, dove l’Unione Europea ha fatto recapitare una seconda lettera di fuoco a Ca’ Giustinian chiedendo di non fare da vetrina a Mosca, il fronte polemico si è allargato a macchia d’olio: la giuria internazionale, che aveva ventilato l’ipotesi di escludere a priori i paesi i cui leader sono oggetto di mandati di cattura internazionali, si è dimessa in blocco, lasciando il campo a un inedito “Leone dei visitatori” (sarà il pubblico, al termine della manifestazione in novembre, a decretare i vincitori). Non solo Russia: anche l’Iran, dopo aver inizialmente confermato la presenza, ha fatto un secco passo indietro, ritirando la propria delegazione per protestare contro “gli attacchi ai siti culturali” in Medio Oriente, in un clima di conflitto ancora rovente.
Le voci fuori dal coro e la marcia dei boicottaggi
Mentre il ministro Giuli ha disertato la cerimonia inaugurale – limitandosi a inviare ispettori per verificare la regolarità delle carte –, dal fronte opposto dello schieramento politico sono arrivate bordate a difesa del presidente della Biennale. Luca Zaia, alla guida del Veneto, ha preso le distanze dall’ “ostracismo europeo”, rivendicando il principio secondo cui “l’arte non deve conoscere censure”. Una posizione, questa, che trova terreno fertile anche nelle parole di Matteo Renzi, il quale ha tuonato contro un governo reo, secondo lui, di voler commissariare la cultura ogni volta che le scelte di un intellettuale libero non coincidono con la linea di Palazzo Chigi. Fuori dai cancelli dei Giardini, però, il clima è destinato a scaldarsi ulteriormente: diverse sigle della società civile hanno già annunciato manifestazioni. Se l’8 maggio è prevista una mobilitazione contro il cosiddetto “Padiglione Genocidio” di Israele, il 9 – giorno dell’apertura al pubblico – sarà la volta delle proteste contro la presenza della delegazione russa. In questo turbine, l’unico a restare in bilico è il tradizionale rito della “vernice”: il taglio del nastro è stato annullato, sostituito da un semplice photocall, quasi a voler suggerire che quest’anno a Venezia, più che festeggiare, si dovrà fare i conti con il malessere globale.
Meta Description: La 61ª Biennale di Venezia apre tra polemiche per il padiglione russo, le dimissioni della giuria e il ritiro dell’Iran. Buttafuoco attacca il governo.




