Le assaggiatrici di Hitler: un film che racconta l’orrore della guerra

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La storia delle assaggiatrici di Hitler, rimasta a lungo sepolta tra le pieghe della Seconda Guerra Mondiale, è riemersa nel 2014 grazie alla testimonianza di Margot Wölk, allora 95enne, che rivelò di essere stata una delle quindici giovani donne reclutate per assaggiare il cibo destinato al Führer. Una vicenda che, partendo da un trafiletto di cronaca, ha ispirato il romanzo di Rossella Postorino, Le assaggiatrici, edito da Feltrinelli, e oggi approda sul grande schermo grazie al regista Silvio Soldini. Il film, presentato in anteprima alla sedicesima edizione del Bif&st di Bari, diretto per la prima volta da Oscar Iarussi, ha aperto il festival con una narrazione che, pur ambientata nel passato, sembra parlare al presente.

La trama si svolge nel villaggio di Partsch, oggi Parcz in Polonia, dove sette donne tedesche, tra cui la protagonista Rosa (interpretata da Elisa Schlott), vengono costrette a vivere un’esperienza al limite tra il privilegio e l’incubo. Pagate per mangiare due volte al giorno, si trovano in una condizione paradossale: mentre il resto della popolazione soffre la fame, loro consumano pasti abbondanti, ma con la costante paura di morire avvelenate. Una sorta di “roulette russa” quotidiana, come l’ha definita Soldini, che trasforma il cibo in un’arma letale e la sopravvivenza in una lotta contro il tempo.

Il contesto storico è quello della Wolfsschanze, la “tana del lupo”, il quartier generale di Hitler situato a tre chilometri dalla casa dei suoceri di Margot Wölk, dove la donna si era rifugiata dopo un bombardamento. Costruito nella foresta di Gierloz per l’Operazione Barbarossa, il bunker rappresentava il cuore pulsante delle strategie militari naziste, ma anche il luogo in cui si consumavano alcune delle più oscure dinamiche di potere. Le assaggiatrici, reclutate tra le giovani di “sana e robusta costituzione”, erano costrette a vivere in un limbo tra la paura e la rassegnazione, consapevoli che ogni pasto poteva essere l’ultimo.

Il film di Soldini, che ha dichiarato di essersi ispirato alle atmosfere distopiche per raccontare questa storia, non si limita a ricostruire un episodio storico, ma ne esplora le implicazioni psicologiche e morali. Le protagoniste, pur immerse in una situazione estrema, mantengono una dimensione umana, fatta di piccoli gesti quotidiani, di silenzi carichi di significato, di attimi di complicità e di tensioni. Una narrazione che evita i toni didascalici, lasciando allo spettatore il compito di interpretare le sfumature.

La scelta di portare questa storia al cinema arriva in un momento in cui il tema della memoria storica torna ad essere centrale, non solo per il suo valore documentaristico, ma anche per la sua capacità di interrogare il presente. Soldini, con il suo stile asciutto e introspettivo, riesce a trasformare un episodio di cronaca nera in una riflessione universale sul potere, sulla paura e sulla resistenza umana.

Intanto, mentre il film fa discutere, la politica e la cronaca internazionale continuano a offrire spunti di riflessione. Dalle analisi sulla “sindrome della retrovia” che affligge la politica italiana, alle tensioni in Israele, dove la tregua sembra sempre più fragile, fino alle polemiche sull’atteggiamento di alcuni giudici, il panorama attuale sembra riflettere, in modo diverso, le stesse dinamiche di incertezza e precarietà raccontate da Soldini.

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