"Le Assaggiatrici" di Soldini riporta alla luce una storia dimenticata
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre l’Europa era stretta nella morsa della fame, un gruppo di giovani donne tedesche, reclutate quasi per caso, si trovò a vivere un paradosso agghiacciante: mangiare ogni giorno piatti raffinati, sapendo che ogni boccone poteva essere l’ultimo. È questa la storia raccontata ne Le Assaggiatrici, il film di Silvio Soldini che, ispirandosi alle memorie di Margot Wölk, svela una vicenda rimasta sepolta per decenni. Wölk, scomparsa nel 2013 all’età di 96 anni, fu una delle quindici donne costrette, tra il 1943 e il 1945, a testare i pasti di Hitler nel quartier generale della Tana del Lupo, nella Prussia Orientale.
La pellicola, così come il romanzo di Rosella Postorino da cui è tratto, non si limita a documentare un episodio storico poco conosciuto, ma ne esplora le implicazioni psicologiche e umane. Le protagoniste, infatti, non erano solo esposte al rischio costante di morire avvelenate, ma vivevano in un limbo di paura e solitudine, lontane dalle proprie famiglie e controllate a vista dalle SS. Se Hitler, notoriamente vegetariano, sopravviveva, loro potevano farlo a loro volta; se invece il cibo era contaminato, sarebbero state le prime a pagarne le conseguenze. Un meccanismo perverso, che trasformava un gesto quotidiano come mangiare in una roulette russa.
Il film, pur senza indugiare in dettagli macabri, restituisce con efficacia l’atmosfera claustrofobica di quegli anni, mettendo in luce anche le dinamiche di solidarietà e conflitto tra le donne. Soldini, noto per la sua capacità di scavare nelle relazioni umane, sceglie di concentrarsi non solo sulla crudeltà del regime nazista, ma anche sulla resistenza silenziosa di chi, pur intrappolato in un ruolo disumano, trovava modi per preservare la propria dignità.




