Donne Costrette a Mangiare per Hitler: La Storia Delle Assaggiatrici Tra Romanzo e Cinema
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Hitler, ossessionato dalla paura di essere avvelenato, durante il suo ritiro nella Tana del lupo, in Prussia orientale, reclutò un gruppo di giovani donne incaricate di assaggiare i suoi pasti prima che gli venissero serviti. Una di loro, Margot Wölk, rivelò la sua esperienza solo decenni dopo, ispirando il romanzo Le assaggiatrici di Rosella Postorino, pubblicato nel 2018. La storia, riadattata per il cinema da Silvio Soldini, riporta alla luce una delle pagine meno conosciute del regime nazista, mostrando non solo la crudeltà del sistema, ma anche le dinamiche di potere e sopravvivenza che lo caratterizzavano.
La protagonista del libro, Rosa Sauer, è una berlinese che, sfollata in campagna dopo i bombardamenti, si ritrova coinvolta in questo macabro rituale mentre il marito combatte al fronte. Il film di Soldini, presentato in anteprima al Bif&st di Bari, segue la stessa traccia narrativa, alternando momenti di tensione a riflessioni più introspettive. Le donne, affamate per via delle privazioni della guerra, si trovano davanti a tavole imbandite, ma ogni boccone potrebbe essere l’ultimo. Una condizione paradossale, in cui il cibo, anziché simboleggiare vita, diventa strumento di morte.
La pellicola, pur ambientata in un contesto storico ben definito, evita di limitarsi a una semplice ricostruzione d’epoca. Soldini, regista noto per opere più intimiste, si concentra sulle relazioni tra le protagoniste, costrette a convivere con la paura e il senso di colpa. Non si tratta solo di sopravvivere alla guerra, ma anche di affrontare la consapevolezza di essere complici, seppur involontarie, di un sistema disumano.
La vicenda di Wölk, l’unica sopravvissuta a parlare pubblicamente della sua esperienza, offre uno spaccato inedito sulle strategie di controllo del regime. Le assaggiatrici, infatti, non erano semplici vittime: erano strumenti di un meccanismo più ampio, che usava il terrore per garantire l’inviolabilità del Führer. Il romanzo di Postorino e il film di Soldini, pur nella loro differenza di linguaggio, restituiscono questa complessità senza cadere nella retorica.
Alberto Crespi, su La Repubblica, ha definito l’opera "importante", sottolineando come Soldini abbia saputo allontanarsi dai toni delle sue precedenti produzioni per affrontare un tema storico con rigore. Il film, infatti, non indulge nel melodramma, ma lascia emergere la brutalità della situazione attraverso dettagli apparentemente marginali: un piatto lasciato a metà, uno sguardo carico di terrore, il silenzio che segue ogni pasto.




