Caro carburante, la stangata sul fresco: dalle melanzane ai piselli, rincari fino al 21,5%

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’onda lunga del rincaro del gasolio, alimentata dalle tensioni in Medio Oriente e dalla crisi dello Stretto di Hormuz, ha infranto le vetrine dei mercati ortofrutticoli e dei supermercati, colpendo con violenza inaudita quella parte del carrello della spesa legata ai prodotti deperibili. È quanto emerge dall’analisi condotta da Assoutenti, che ha setacciato i dati Istat per quantificare l’impatto dei costi di trasporto su gomma – un settore, quest’ultimo, che da sempre costituisce l’anello debole della filiera logistica – sui prezzi al consumo finali. Il meccanismo, per quanto complesso, è fin troppo lineare: l’impennata del costo del petrolio greggio, che già da settimane tiene col fiato sospeso i mercati internazionali, si traduce in un aumento immediato del costo del pieno per i tir, e questo esborso aggiuntivo viene quasi istantaneamente riversato sui listini di frutta e verdura, le cui caratteristiche intrinseche di deperibilità non consentono alcuna flessibilità nelle consegne o nella conservazione.

Melanzane e ortaggi in prima linea

La fotografia scattata dall’associazione dei consumatori restituisce una classifica di rincari che, a guardarla bene, sembra descrivere un vero e proprio salasso sui cibi simbolo della dieta mediterranea. In cima a questa graduatoria, quasi a voler simboleggiare l’amaro assaggio di questo periodo di crisi, troviamo le melanzane: il loro prezzo ha subito un’impennata media del 21,5% su base annua, un balzo che non ha eguali tra gli altri comparti merceologici. Poco distanti, i piselli registrano un +19,6%, seguiti a ruota dai frutti di bosco (quali mirtilli, lamponi e ribes) che fanno segnare un +16,3%; queste cifre, per quanto vertiginose, rappresentano solo la punta di un iceberg che coinvolge ormai trasversalmente l’intero reparto ortofrutta.

Le zucchine, per fare un altro esempio, diventano più care dell’11,1%, mentre i limoni e le fragole seguono rispettivamente con un +10,8% e un +10,4%. L’elenco non si ferma qui, anzi si allarga a macchia d’olio includendo i legumi (+9,9%) e i pomodori, il cui prezzo è salito del 9%. Questi incrementi, come sottolineano gli esperti di Assoutenti, sono la diretta conseguenza di una struttura logistica che, per la distribuzione dei freschi, dipende quasi esclusivamente dalla gomma, e quindi da un carburante il cui costo, come è noto, è recentemente schizzato verso l’alto.

L’effetto domino su carne, uova e trasporti

Se l’ortofrutta è il settore più esposto, il contagio dei rincari sta rapidamente contagiando anche altri comparti essenziali della spesa quotidiana. A essere interessati, infatti, non sono soltanto i vegetali: i carciofi registrano un aumento dell’8,8%, mentre le uova – alimento base per milioni di famiglie – sono salite dell’8,5%. Nel reparto della carne, il quadro è altrettanto pesante: quella bovina rincara dell’8,4%, e la carne ovina segue con un +7,2%. La causa è sempre la stessa, cioè il costo del gasolio che si mangia i margini degli allevatori e dei trasportatori, e l’effetto finale è un progressivo impoverimento del potere d’acquisto che rischia di avere ripercussioni a catena su tutta l’economia.

E a proposito di ripercussioni, l’analisi rivela che il fenomeno non si limita ai soli generi alimentari. Guardando ai beni non alimentari, i rincari più eclatanti riguardano i gioielli – il cui prezzo schizza del 33,5% sulla scia delle quotazioni dell’oro – ma anche i voli nazionali, che crescono del 12,6% per l’effetto combinato delle festività pasquali e dell’aumento del jet fuel. A completare il quadro, si segnalano gli incrementi per la legna da ardere e il pellet (+8,2%) e per i servizi di corriere e consegna pacchi (+6,5%), tutti comparti dove la logistica pesa in maniera determinante sul prezzo finale. Insomma, dal banco del pesce al biglietto aereo, la crisi petrolifera si insinua ovunque.

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