Il prezzo del gasolio scolpito nei prezzi di melanzane e piselli: la crisi di Hormuz riscritta nei banchi del fresco

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Affermare che i costi del carburante rappresentino una semplice voce di bilancio per il settore ortofrutticolo sarebbe una riduzione quanto meno miope. Si tratta piuttosto del moltiplicatore che, partendo dalle petroliere ferme nello Stretto di Hormuz, si innesca in una reazione a catena capace di viaggiare silenziosamente lungo l’intera filiera logistica, dalla semina – che richiede già di per sé trattori e concimi – fino allo scaffale del supermercato, passando per i magazzini frigoriferi e i tir in corsa sulle autostrade. Il direttore di Eagle Export, Alex Zenebisis, lo ha sintetizzato senza giri di parole: ogni singola fase della produzione, dalla consegna delle sementi ai materiali di imballaggio fino al tragitto pendolare dei dipendenti, viene oggi tarata su un costo energetico fuori controllo.

L’effetto serra dei trasporti sulle primizie

La fotografia scattata da Assoutenti sui dati Istat restituisce una realtà impietosa per i consumatori, soprattutto quando si parla di quei prodotti che, proprio per la loro natura deperibile, non possono certo viaggiare via nave o ferrovia. Le melanzane, in questo tragico scenario, guidano la classifica dei rincari con un balzo del 21,5% su base annua, seguite a ruota dai piselli (+19,6%) e dai piccoli frutti come mirtilli e lamponi (+16,3%). L’ortofrutta, insomma, sta assorbendo lo choc del caro-gasolio molto più violentemente rispetto ai prodotti secchi o confezionati, semplicemente perché ogni chilometro di strada percorso da un camion frigorifero brucia margini che si trasformano immediatamente in ticket fiscali alla cassa.

Se si allarga lo sguardo al carrello della spesa tradizionale, si scopre che il caro-carburante non ha risparmiato neppure il comparto delle proteine e delle uova. Sempre secondo l’analisi dell’associazione dei consumatori, le uova segnano un +8,5%, la carne bovina un +8,4% e quella ovina un +7,2%. A questi si aggiungono i limoni (+10,8%), le fragole (+10,4%) e i pomodori (+9%), a dimostrare che la tensione sull’energia si sta riversando come acqua in piena su ogni angolo del sistema agroalimentare. La Pasqua, complice l’effetto combinato delle festività e del jet-fuel alle stelle, ha aggravato il quadro per i voli nazionali (+12,6%), ma è il trasporto su gomma, che da solo muove il 92% delle merci italiane, a fare la parte del leone in questa stangata.

L’oro in cassaforte e il pellet nel camino: gli altri segnali del rialzo

Curiosamente, la morsa del rincaro non stringe soltanto la frutta e la verdura, ma investe trasversalmente comparti anche molto lontani dalla terra. La crisi dello Stretto di Hormuz ha fatto schizzare le quotazioni dell’oro, e di conseguenza il prezzo dei gioielli è salito in media del 33,5% nell’ultimo mese. Un aumento di questa portata, per quanto eclatante, non incide però sulla sopravvivenza quotidiana degli italiani come invece fa la voce relativa al riscaldamento domestico: legna da ardere e pellet registrano un incremento dell’8,2%, mentre anche i servizi di corrieri e consegna pacchi sono aumentati del 6,5%, scaricando sui costi fissi delle famiglie ulteriori pressioni.

Il paradosso, se così si può definire, è che mentre il costo del greggio ha iniziato a mostrare timidi segnali di discesa alla pompa, i listini dei freschi continuano a correre. La ragione è tecnica e poco incline alla speculazione politica: la filiera corta dell’ortofrutta inra i viaggi già fatturati, i contratti di trasporto stipulati al culmine della crisi e la merce acquistata quando il diesel viaggiava verso i massimi storici. Un pieno di gasolio per un tir, in questa fase, costa oltre 1.050 euro, con un aggravio di quasi 250 euro rispetto alla fine del 2025, e un’azienda di trasporto su cinque rischia concretamente di chiudere i battenti entro l’anno se la situazione dovesse persistere.

L’allarme silenzioso che arriva dagli autotrasporti

Sullo sfondo di questi aumenti a cascata, la preoccupazione maggiore riguarda la tenuta stessa del sistema logistico. La Confederazione dell’Agricoltura ha accolto con favore il credito d’imposta del 20% sul gasolio agricolo introdotto dal governo per il mese di marzo, ma ha subito avvertito che si tratta solo di un cerotto temporaneo. L’aumento del carburante, che ha superato quota 1,4 euro al litro per l’uso agricolo con un incremento del 44% da inizio anno, incide già per il 15-20% sui costi di produzione di comparti come l’ortofrutticolo, e le aziende stanno cercando disperatamente di assorbire lo choc senza trasferirlo tutto sul prezzo finale, ma con una sostenibilità che appare limitata nel tempo.

I numeri parlano chiaro: il gasolio in modalità self ha sfondato i 2,1 euro al litro in autostrada, e l’Unione Nazionale Consumatori ha già presentato un esposto all’Antitrust per verificare l’eventuale presenza di rincari anomali o speculativi. Nel frattempo, il consumatore si trova a pagare la guerra in Medio Oriente ogni volta che infila le chiavi nell’auto, ma soprattutto ogni volta che riempie il carrello della spesa. Melanzane, zucchine e piselli sono diventati il termometro più sensibile di una crisi che, partita dalle petroliere bloccate nello Stretto di Hormuz, è arrivata silenziosamente dentro le case degli italiani, passando per le autostrade e i depositi di stoccaggio. Un viaggio lungo migliaia di chilometri, il cui pedaggio è ormai scritto in inchiostro indelebile sui prezzi dei beni di prima necessità.

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