Aumentano i decessi tra i giovani, nonostante l'umanità viva vent'anni in più
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
L’umanità, che ha guadagnato oltre vent’anni di vita media rispetto al secolo scorso, raggiungendo un’aspettativa globale di 76,3 anni per le donne e 71,5 per gli uomini, si trova a fare i conti con un paradosso sanitario di notevole portata. Secondo il nuovo studio Global Burden of Disease (GBD) 2023, pubblicato su The Lancet e presentato al World Health Summit di Berlino, mentre i tassi di mortalità standardizzati per età crollavano del 67% dal 1950, si registrerebbero, in controtendenza, “tassi di mortalità più elevati tra gli adolescenti e i giovani adulti”. Una tendenza allarmante, questa, che si inserisce in un quadro complessivo dove le disuguaglianze nella salute globale, lungi dal ridursi, mostrano invece un pericoloso ampliamento.
Le cause della mortalità giovanile e il peso delle malattie non trasmissibili
La ricerca, la più vasta e dettagliata mai condotta dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington con l’analisi di oltre 375 malattie e 88 fattori di rischio in 204 Paesi, non si limita a fotografare una situazione statica ma ne evidenzia le dinamiche più critiche. Accanto al preoccupante dato sulla mortalità nelle fasce d’età più giovani, lo studio segnala un “aumento vertiginoso” dei disturbi di salute mentale, con picchi del 63% per l’ansia e del 26% per la depressione, patologie che contribuiscono in maniera significativa al carico di malattia globale. A dominare il panorama, ormai, sono le malattie non trasmissibili, le quali rappresentano quasi due terzi della mortalità e della morbilità totali a livello mondiale, con la cardiopatia ischemica, l’ictus e il diabete in testa alla classifica.
Fattori di rischio modificabili e la crisi emergente
Proprio su queste patologie, però, si concentra una delle osservazioni più significative dello studio: “quasi la metà di tutti i decessi e le disabilità potrebbero essere prevenuti modificando alcuni dei principali fattori di rischio”. Tra questi, vengono indicati in modo specifico alti livelli di glicemia e un elevato indice di massa corporea, due elementi su cui è possibile agire con politiche sanitarie pubbliche e cambiamenti negli stili di vita. È un dato che, se da un lato offre una prospettiva di intervento concreto, dall’altro sottolinea l’urgenza di affrontare quella che i ricercatori definiscono senza mezzi termini una “crisi emergente”.
Il divario tra longevità e qualità della vita
Il progresso, che pure ha portato l’aspettativa di vita globale a tornare ai livelli pre-pandemici dopo il brusco arresto, sembra dunque aver aperto una frattura profonda tra il semplice prolungamento dell’esistenza e il benessere reale delle persone. Viviamo molto più a lungo, è un dato di fatto incontrovertibile, ma lo facciamo confrontandoci con un carico di malattia sempre più pesante e distribuito in modo disomogeneo tra le diverse età e, verosimilmente, tra le diverse aree geografiche e strati sociali. La longevità, insomma, non si traduce automaticamente in una vecchiaia in salute, mentre le nuove generazioni devono affrontare minacce inedite per la loro sopravvivenza e il loro equilibrio psicofisico.




