Antonietta Perrone e la sua battaglia legale: denunce su appalti e un licenziamento contestato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Antonietta Perrone, l’ingegnere biomedico che fino a pochi mesi fa guidava il Provveditorato dell’Ulss 5 polesana, definisce “illegittimo e illogico” il provvedimento con cui il direttore generale Pietro Girardi l’ha rimossa dall’incarico, affidandolo al dottor Pierluigi Serafini. Attraverso il suo legale, Fabrizio Scagliotti, ha pertanto chiesto la revoca in autotutela di quella delibera, sostenendo di aver sempre lavorato, dall’1 gennaio 2024, “con dedizione, competenza e professionalità giorno e notte”. Un licenziamento che, come lei stessa sottolinea, appare in netto contrasto con la scadenza naturale del suo incarico, fissata per il 28 febbraio 2029 e mai formalmente revocata dall’azienda sanitaria.

Le denunce e l’inchiesta in corso

La vertenza, che trascende il mero ambito lavorativo per assumere contorni giudiziari, affonda le sue radici nella scorsa estate, quando la Perrone – originaria di Caiazzo, in provincia di Caserta, e residente a Treviso – presentò alle autorità delle denunce per presunte irregolarità relative agli appalti dell’ospedale di Rovigo. Quelle segnalazioni, come emerso, sono ora al centro di un’inchiesta della Procura rodigina, la quale sta esaminando con attenzione le circostanze sollevate dalla manager trentanovenne. Un passaggio, questo, che getta una luce particolare sulla successiva sequenza di eventi disciplinari culminati nel licenziamento, da lei ritenuto una ritorsione diretta per aver sollevato il velo su pratiche opache.

Il rientro in ufficio e l’intervento della forza pubblica

La situazione, già tesa, è precipitata giovedì 4 dicembre, quando la Perrone, rifiutando di accettare il provvedimento di licenziamento, ha deciso di rientrare nel suo ufficio come se nulla fosse accaduto. Un gesto di sfida, quello della dirigente, che ha portato a un episodio dai toni crudi e inconsueti per un ambiente lavorativo: l’intervento di agenti della Questura, chiamati a condurla materialmente fuori dalla sede. Un fatto, come viene descritto, “senza precedenti”, che ha trasformato una controversia amministrativa in una scena di cronaca nera, seppur rispettosamente narrata nei suoi sviluppi procedurali, dove la privazione della libertà personale, seppur temporanea, segna un punto di non ritorno nella relazione tra dipendente e azienda.

Le conseguenze delle segnalazioni e il clima di intimidazione

La Perrone, nel suo racconto, lega indissolubilmente la sua rimozione alle denunce presentate, accusando esplicitamente l’Ulss 5 di averla “cacciata” per quel motivo e di aver creato un clima di intimidazione. Alcuni, all’interno della struttura, arrivano a lamentare persino carenze di materiale essenziale, come “il filo per suture”, in un’atmosfera che descrivono come deteriorata. La vicenda, quindi, travalica la semplice disputa legittimità di un licenziamento per investire temi più ampi di trasparenza amministrativa e di tutela del dipendente che segnala presunte irregolarità, il cosiddetto whistleblower, il cui ruolo, in assenza di tutele effettive, rischia di essere schiacciato tra inchieste giudiziarie e ritorsioni sul posto di lavoro.

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