Everest, la truffa dell’alta quota: turisti avvelenati per incassare milioni
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Redazione Esteri
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Non una valanga, non una crepa nel ghiacciaio del Khumbu, ma una siringa nascosta nello zaino di una guida. Il Nepal, da settimane, è scosso da uno scandalo che ha dell’incredibile – se non fosse per i numeri, quelli freddi degli atti giudiziari – e che ha trasformato il tetto del mondo in un perfido palcoscenico di frodi assicurative. La polizia di Kathmandu, al termine di un’indagine durata mesi, ha ricostruito un meccanismo tanto semplice quanto spietato: un’organizzazione composta da almeno trentadue persone, tra scerpa, piloti di elicotteri e personale medico degli ospedali a valle, avrebbe deliberatamente intossicato decine di turisti stranieri. L’obiettivo? Simulare i sintomi del mal di montagna acuto, o aggravarli fino a renderli reali, per innescare costosi soccorsi aerei. Ogni evacuazione d’emergenza, si sa, vale decine di migliaia di dollari: le compagnie assicurative pagano, le guide e i complici incassano la loro parte.
Un giro da venti milioni, cinquemila le vittime accertate
Secondo la ricostruzione degli investigatori nepalesi – che hanno già acquisito documenti ospedalieri e tracce bancarie – il giro d’affari della presunta associazione a delinquere sfiorerebbe i 20 milioni di euro. Una cifra che fa impressione, specie se rapportata al numero di potenziali danneggiati: non meno di cinquemila persone, tra scalatori paganti e probabilmente anche qualche membro del personale di supporto ignaro. Il modus operandi, ancora al vaglio della procura di Kathmandu, sembra riproporre uno schema già visto in altre destinazioni turistiche estreme, ma mai con questa scala. Alcune guide, stando alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, avrebbero somministrato sostanze non identificate – forse farmaci per la tiroide o diuretici – capaci di alterare il battito cardiaco e la saturazione di ossigeno. Altri alpinisti, invece, sarebbero stati spinti a salire troppo in fretta tra i campi base, senza le necessarie tappe di acclimatamento; una negligenza indotta, insomma, per far scattare la clausola di evacuazione d’emergenza.
Elicotteri gonfiati, diagnosi compiacenti
Il ruolo dei piloti e dei medici, in questo schema criminale, appare centrale. Senza una diagnosi concordata – “edema polmonare d’alta quota”, “grave ipotermia”, “sospetto ictus ischemico” – nessuna assicurazione avrebbe mai autorizzato un volo in elicottero dal campo 2 o 3. E invece, stando alle intercettazioni riportate dalla stampa locale, alcuni dottori di cliniche private a Lukla e a Namche Bazaar avrebbero firmato referti falsi, descrivendo condizioni cliniche assai peggiori di quelle reali. A quel punto, la richiesta di risarcimento partiva, e i soldi arrivavano. Le vittime, spesso stranieri benestanti ma impreparati – manager europei, imprenditori asiatici, appassionati statunitensi – raramente si sarebbero accorte dell’inganno: chi era stato effettivamente intossicato, infatti, non ricordava molto dell’accaduto. Chi invece era solo stato suggestionato, attribuiva il malessere alla quota. Un inganno perfetto, perché costruito proprio sui limiti fisiologici del umano in alta quota.
Arresti e sviluppi giudiziari in Nepal
Le manette sono scattate nelle ultime settimane, dopo che alcuni turisti – tornati a casa e confrontando i referti con altri compagni di spedizione – avevano notato discrepanze inspiegabili. La polizia turistica di Kathmandu, coadiuvata da investigatori stranieri, ha identificato i trentadue indagati: tra loro figurano scerpa con decenni di esperienza, proprietari di lodge nei villaggi di tappa e perfino un infermiere di un piccolo ospedale da campo. Tutti, per ora, rispondono di associazione a delinquere finalizzata alla frode assicurativa e lesioni personali aggravate. Le accuse, in Nepal, possono arrivare fino a quindici anni di reclusione. Nessun commento ufficiale è ancora giunto dalle compagnie assicurative coinvolte, molte delle quali con sede in Europa e negli Stati Uniti – dove, va ricordato, Trump siede nuovamente alla Casa Bianca, senza che ciò abbia al momento prodotto effetti diretti sull’inchiesta. Il tribunale distrettuale di Solukhumbu ha convalidato gli arresti e disposto il sequestro di alcuni beni, tra cui un elicottero e tre immobili utilizzati come basi logistiche. Il prossimo passo sarà l’esame dei tabulati telefonici e dei movimenti bancari: si cercano i mandanti occulti, se mai ve ne sono stati. Per migliaia di turisti, però, la fiducia nell’Everest – già minata da anni di sovraffollamento e incidenti – ha subito un colpo forse definitivo.




