Al Bano a Tel Aviv, il sold out e la bufera social: «La musica è un ponte di pace»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Un concerto da tutto esaurito, un pubblico in festa e una valanga di critiche arrivate dal web. Al Bano Carrisi è finito al centro di una nuova bufera mediatica dopo l'esibizione tenuta domenica 13 settembre al Charles Bronfman Auditorium di Tel Aviv, in occasione delle celebrazioni per il Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico.
L'artista di Cellino San Marco ha voluto condividere sui propri canali social alcuni estratti della serata, un live di quasi due ore accompagnato dalla sua orchestra che ha ripercorso i brani storici della sua carriera, da «Felicità» a «Libertà» e «Nostalgia canaglia». Proprio la pubblicazione di quei video ha innescato una reazione a catena, trasformando un successo di pubblico in un caso nazionale.
Sotto i post dell'artista sono comparsi centinaia di commenti durissimi, con molti utenti che hanno contestato la scelta di esibirsi in Israele mentre prosegue la guerra nella Striscia di Gaza. «Ci dica Al Bano, com'è stato cantare Felicità mentre a poche decine di chilometri si consuma un massacro di bambini?», ha scritto un follower. Un altro ha rincarato la dose: «Che delusione, riceverà il suo compenso con i soldi sporchi di sangue».
C'è anche chi ha puntato il dito sulle origini pugliesi del cantante, definendolo «dalla parte sbagliata della storia», mentre un utente ha accostato l'esecuzione del celebre brano alla tragedia in corso parlando di «Felicità a due passi dal genocidio». Nel corso delle ore, lo staff dell'artista ha limitato la possibilità di commentare i post, rendendo visibili soltanto le reazioni positive. Non sono mancati, infatti, i messaggi di sostegno da parte di chi ha difeso la natura apolitica della musica e la libertà dell'artista di esibirsi davanti al proprio pubblico.
Di fronte alle polemiche, il cantante pugliese ha scelto di non restare in silenzio. Con un lungo intervento affidato ai social, ha rivendicato la scelta di salire sul palco israeliano spiegando il significato che attribuisce alla propria presenza. «Da orgoglioso italiano e cittadino del mondo, credo che la musica non conosca confini. Parla un linguaggio universale, capace di unire persone di ogni nazionalità, cultura e credo», ha scritto. «Comprendo le preoccupazioni legate alla mia esibizione. La mia presenza vuole essere un gesto di vicinanza umana, ispirato dalla pace e dalla compassione.
In un mondo diviso, la musica continua a essere un ponte. Il mio desiderio è mantenerlo aperto, usando la mia voce per ispirare comprensione, amicizia e speranza». Parole con cui il cantante ha cercato di ricondurre la questione sul terreno dell'arte e del rapporto con il pubblico, lontano dalle contrapposizioni politiche.
Per Al Bano non si tratta della prima volta al centro di polemiche legate alle sue esibizioni all'estero. Già in passato il cantante era finito sotto accusa per i suoi concerti in Russia, un rapporto mai reciso con Mosca che soltanto pochi giorni prima del live israeliano era tornato di attualità con l'annuncio della possibilità di un nuovo show nella capitale russa nella primavera del 2027.
La scelta di cantare davanti a un pubblico israeliano in un momento storico tanto delicato ha dunque riproposto lo stesso schema: un artista che rivendica l'universalità della musica e una parte del pubblico che gli contesta la responsabilità politica delle sue scelte professionali. Il Charles Bronfman Auditorium, del resto, non è un palco qualsiasi. Si tratta della più grande sala da concerto di Tel Aviv, sede dell'Orchestra Filarmonica d'Israele, inaugurata nel 1957 e intitolata al filantropo canadese Charles Bronfman dopo la ristrutturazione conclusa nel 2013.
Sul suo palco si sono esibiti artisti del calibro di Frank Sinatra, Barbra Streisand e Leonard Bernstein, che diresse il concerto inaugurale.
L'esibizione si è inserita nel quadro delle celebrazioni per il Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico che quest'anno è iniziato al tramonto di venerdì 11 settembre per concludersi dopo il tramonto di domenica 13 settembre. La data scelta dall'artista coincideva dunque con la seconda giornata della festività, un elemento che ha contribuito ad alimentare le critiche di chi ha letto nella sua presenza in Israele un gesto di particolare vicinanza al Paese in un momento di conflitto.
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