Iran, la partita pericolosa tra Washington e Teheran dopo le minacce e il dispiegamento della USS Lincoln

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La crisi tra Stati Uniti e Iran, che pareva sul punto di esplodere in un conflitto aperto, conosce una momentanea – e fragile – tregua mentre le mosse militari e diplomatiche si susseguono a ritmo serrato. Il presidente americano Donald Trump, dopo aver minacciato ritorsioni per le repressioni interne in Iran, ha accolto con favore le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano che hanno smentito intenzioni di esecuzioni capitali contro i manifestanti. "Questa è una buona notizia", ha scritto Trump sul suo profilo Truth, rivendicando il peso deterrente della propria linea dura. Tuttavia, la de-escalation è solo apparente, perché nel frattempo Washington ha dato ordine alla portaerei USS Lincoln di lasciare il Mar Cinese Meridionale per ridispiegarsi verso il Medio Oriente, una mossa strategica che, sebbene non preluda a un'azione immediata, mantiene viva una pressione costante sul regime degli Ayatollah.

Lo spettro di una ritorsione a catena

Gli analisti, dal canto loro, mettono in guardia sulle potenziali conseguenze di un eventuale attacco americano, il quale potrebbe scatenare una spirale di ritorsioni difficilmente controllabile. Teheran, infatti, non rimarrebbe con le mani in mano: si parla, tra le possibili contromosse, del lancio di missili balistici contro le basi americane sparse nella regione – dove sono dislocati fino a quarantamila militari –, di operazioni asimmetriche condotte attraverso proxy o all'estero, e persino del blocco dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per gli approvvigionamenti energetici globali. Uno scenario che, complicando ulteriormente la già intricata geografia dei conflitti mediorientali, rischierebbe di trascinare l'area in un vortice di violenza senza precedenti.

Le incertezze di una strategia e la posizione europea

Fonti giornalistiche statunitensi riferiscono che lo stesso Trump avrebbe chiesto ai suoi consiglieri un'azione rapida e decisiva, ma avrebbe anche ricevuto rassicurazioni incomplete sulla reale tenuta del regime di Teheran dopo un ipotetico intervento. La chiusura temporanea dello spazio aereo iraniano, durata quasi cinque ore e causa di disagi per il traffico aereo civile, è stata un ulteriore segnale di tensione e di preparazione a possibili sviluppi bellici. Nel contempo, la risposta internazionale si sta organizzando su un duplice binario: da un lato l'Unione Europea ha deciso di appoggiare le nuove sanzioni economiche annunciate da Washington, dimostrando una rara unità d'intenti con l'amministrazione americana su questo dossier; dall'altro, figure come il ministro degli Esteri italiano Tajani invitano a non interrompere del tutto i canali di dialogo con Teheran.

Una calma sotto cui cova la brace

Il congelamento dell'opzione militare, quindi, non equivale a un arretramento. Trump ha dichiarato di aver "salvato molte vite" grazie alla propria postura minacciosa, ma ha anche lasciato intendere che la pazienza non è infinita, promettendo gravi conseguenze se le uccisioni dei dimostranti dovessero continuare. Il dispiegamento della USS Lincoln rappresenta in questo senso un monito tangibile, una piattaforma di potere aereo e navale pronta a entrare in gioco qualora la diplomazia e le sanzioni dovessero fallire. La partita resta aperta, con Teheran che cerca di gestire il malcontento interno senza perdere la faccia sul piano internazionale e Washington che calibra la pressione per evitare una guerra totale ma senza rinunciare a mostrare i muscoli.

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