La Uss Gerald Ford a Creta, scalo tecnico prima dello schieramento contro l’Iran
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Redazione Esteri
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È ormeggiata da lunedì nella baia di Suda, la base navale statunitense che si trova sulla punta nord-occidentale di Creta, la portaerei Uss Gerald R. Ford, e vi rimarrà per quattro giorni, il tempo necessario per le operazioni di rifornimento di carburante e per alcuni interventi di assistenza tecnica prima di riprendere il mare. L’arrivo della nave, la più grande e tecnologicamente avanzata del suo genere, con i suoi 75 velivoli tra cui i caccia stealth F-35C, rientra in quella che si profila come una delle più imponenti concentrazioni di forze navali e aeree americane nel Medio Oriente degli ultimi decenni, voluta dall’amministrazione Trump per esercitare una pressione senza precedenti sulla Repubblica Islamica dell’Iran, in un momento in cui i negoziati indiretti sul programma nucleare di Teheran, ripresi a Ginevra, procedono a rilento e senza apparenti risultati concreti.
La Gerald R. Ford, che guida il Carrier Strike Group 12 scortata da cacciatorpediniere, era stata inizialmente dispiegata nei Caraibi in quella che fu un’operazione di forza contro il Venezuela, ma un improvviso cambio di rotta l’ha fatta transitare dallo Stretto di Gibilterra e poi attraverso il Mediterraneo, per andare a costituire, insieme alla già presente Uss Abraham Lincoln, una rara doppia presenza di portaerei in acque mediorientali, un segnale inequivocabile della determinazione di Washington a non escludere un’escalation militare qualora la diplomazia dovesse fallire definitivamente.
Mentre la gigantesca unità navale è alla fonda davanti alle coste greche, dove peraltro un centinaio di manifestanti, molti dei quali legati al Partito Comunista di Grecia, hanno inscenato una protesta pacifica esponendo striscioni con la scritta "killer", dall’altra parte dell’oceano giungono però notizie che dipingono un quadro complesso e per certi versi critico all’interno del gigante d’acciaio. L’equipaggio, circa cinquemila marinai in gran parte giovanissimi, è sottoposto a una tensione psicologica crescente, dovuta alla durata ormai eccessiva della missione, iniziata lo scorso giugno e già prolungata oltre ogni ragionevole previsione: si parla di una possibile permanenza in mare che potrebbe toccare gli undici mesi, un record negativo che rischia di minare non solo il morale ma anche l’efficienza operativa della nave.
A complicare la vita a bordo, si aggiungono problemi tecnici ben lontani dalla sofisticata tecnologia di bordo, e che riguardano invece la quotidianità più elementare, come il sistema fognario: circa 650 servizi igienici, che funzionano con un sistema di aspirazione sottovuoto, vanno costantemente in tilt a causa di intasamenti, costringendo i marinai a file che in alcuni casi superano i tre quarti d’ora, e il persistere di questi guasti, sommandosi all’afa e alla stanchezza, contribuisce a creare un clima di esasperazione e di malcontento, con alcuni membri dell’equipaggio che, secondo testimonianze raccolte dalla stampa americana, starebbero meditando di lasciare la Marina una volta fatto ritorno a casa.
La rabbia dei marinai per una missione senza fine
La prolungata lontananza dagli affetti, in molti casi, sta producendo ferite profonde nel tessuto familiare e personale dei militari imbarcati: c’è chi ha dovuto rinunciare a salutare per l’ultima volta un bisnonno morente, chi non ha potuto assistere ai primi incerti passi di una figlia piccola, chi non è riuscito a essere vicino a un fratello colpito da un malore cardiaco, e queste assenze forzate, che in tempo di pace sarebbero state gestite con turni più umani, diventano il peso specifico di una missione che appare sempre più come una prova di resistenza fine a sé stessa.
Il comandante della nave, contrammiraglio David Skarosi, si è trovato nella difficile posizione di dover comunicare all’equipaggio e alle famiglie l’ulteriore estensione del dispiegamento, un annuncio che è stato accolto come una doccia fredda da uomini e donne che già vedevano profilarsi all’orizzonte il rientro a casa, previsto per i primi di marzo, e che ora si trovano a dover fare i conti con una prospettiva ben più incerta e lontana, in un teatro operativo, quello mediorientale, oggettivamente ad alto rischio.
La concentrazione di mezzi, che oltre alle due portaerei comprende cacciatorpediniere, navi da combattimento vicine alla costa e un consistente numero di aerei da rifornimento e da caccia, tra cui i potentissimi F-22, spostati in basi aeree dell’area, non lascia molto spazio all’interpretazione: l’apparato militare allestito non è puramente deterrente, ma ha le caratteristiche di una forza pronta a condurre una campagna aerea sostenuta e potenzialmente prolungata contro le installazioni nucleari e missilistiche iraniane.
Le difficili condizioni a bordo della nave più grande del mondo
E mentre a bordo della Ford, oltre ai problemi di fognature, si segnalano difficoltà oggettive nel mantenere un contatto regolare con la terraferma, con famiglie che talvolta restano per due o tre settimane senza notizie dei propri cari, il comando americano è chiamato a gestire una contraddizione di non poco conto: mantenere elevata la prontezza operativa di uno strumento bellico fondamentale come una portaerei di nuova generazione, dall’altro lato deve fare i conti con il logoramento fisico e mentale dei suoi marinai, un fattore umano che, se trascurato, rischia di vanificare sul campo la superiorità tecnologica.
L’arrivo a Creta, dunque, rappresenta per questi cinquemila uomini e donne una breve boccata d’ossigeno, la possibilità di mettere piede a terra dopo settimane di navigazione e di tensioni, ma anche la tappa obbligata prima di tuffarsi in quello che potrebbe essere il capitolo più caldo della loro missione, con l’ombra di un conflitto che si allunga minacciosa sullo Stretto di Hormuz e sulle acque del Golfo Persico.




