La Ford salpa da Creta verso Israele dopo lo stop per i bagni intasati: nello schieramento contro l’Iran contano anche i gabinetti
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Redazione Esteri
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Il tabù, si sa, in guerra non esiste, e men che meno nella preparazione di una missione che potrebbe trasformarsi in un conflitto aperto; così, mentre a Ginevra si susseguono i negoziati — terzo round, per la precisione — tra diplomatici americani e iraniani nel tentativo di scongiurare l’escalation, e i generali, chiusi nelle loro war room, simulano attacchi e controffensive, la piú grande portaerei mai costruita, l’USS Gerald R. Ford, è stata costretta a fare i conti con un nemico inaspettato e decisamente piú prosaico dei pasdaran: i suoi stessi scarichi. La nave, costata oltre tredici miliardi di dollari e lunga trecentotrentasette metri, aveva lasciato la base di Norfolk in Virginia lo scorso giugno, accumulando un tempo di navigazione che ormai sfiora i nove mesi, un’usura che comincia a farsi sentire non solo sull’acciaio dello scafo ma anche, e soprattutto, sul sistema fognario. Dopo una sosta tecnica di qualche giorno nella baia di Souda, a Creta, dove si era fermata per risolvere seri malfunzionamenti all’impianto di gestione delle acque reflue — problemi che avevano causato la fuoriuscita di liquami e code interminabili ai bagni per i quattromilaseicento uomini a bordo — la Ford ha ripreso il largo, facendo rotta verso le acque antistanti Israele e, piú in generale, verso il Medio Oriente, dove andrà a posizionarsi come secondo vettore, affiancandosi all’USS Abraham Lincoln, per completare quel dispositivo di pressione militare voluto dall’amministrazione Trump.
L’odissea dei liquidi reflui e la prontezza operativa
L’episodio, lungi dall’essere una semplice curiosità da cronaca, solleva interrogativi piú ampi sullo stato effettivo della flotta americana e sulla sostenibilità di dispiegamenti cosí prolungati. Secondo documenti interni alla Marina, il sistema di scarico sottovuoto della Ford — una tecnologia all’avanguardia che dovrebbe ridurre il consumo d’acqua — presenta criticità strutturali note da tempo: le condotte sarebbero sottodimensionate per il carico imposto da migliaia di marinai e, a peggiorare le cose, non di rado vengono gettati negli scarichi oggetti impropri, come stracci o indumenti, che vanno ad aggravare i blocchi. Una fonte ha riferito che in un solo quadriennio, a partire dal 2023, si sono contati quarantadue interventi di manutenzione straordinaria, e in alcuni periodi particolarmente critici, come nella primavera del 2025, si sono verificati oltre duecento guasti in appena quattro giorni, costringendo i tecnici a turni di diciannove ore per tamponare le emergenze e ripristinare la funzionalità dei servizi. La Marina, attraverso i suoi portavoce, ha puntualmente smentito che questi inconvenienti possano inficiare la capacità di combattimento dell’ammiraglia — definendoli “senza impatto operativo” — ma chi vive sulla propria pelle la situazione, come emerge dalle testimonianze raccolte da testate specializzate, parla di un morale a pezzi e di condizioni igieniche al limite della sopportazione, con attese che talvolta superano i quarantacinque minuti per poter utilizzare una toilette funzionante.
La guerra parallela dei nervi tra Ginevra e il Mediterraneo
Intanto, mentre i tecnici a Souda lavoravano per ripulire le condotte con acidi speciali, un’operazione dal costo stimato di quattrocentomila dollari ogni volta, il gioco delle parti proseguiva inesorabile sui tavoli diplomatici e sui radar. La partita che si sta giocando tra Stati Uniti e Iran è fatta di mosse visibili e di bluff studiati per indurre l’avversario a scoprire le proprie carte: da un lato, l’invio della Ford — il cui passaggio nel Mediterraneo orientale è stato documentato da un breve video postato su X da un testimone oculare che ne ha immortalato la partenza da Creta — rappresenta la classica dimostrazione di forza, il messaggio inequivocabile che l’opzione militare è concretamente sul tavolo; dall’altro, però, la sosta forzata in Grecia per un problema di bagni intasati rischia di offrire il fianco alla propaganda avversaria, quella dei pasdaran che potrebbero leggere l’incidente come un segnale di vulnerabilità di una macchina bellica appariscente ma forse non cosí impeccabile nei suoi ingranaggi piú quotidiani. La portaerei, che dovrebbe raggiungere le acque antistanti Haifa entro le prossime ventiquattr’ore, andrà a completare un dispositivo che include già caccia F-35 e F-22, droni e cacciatorpediniere, una concentrazione di potenza che non si vedeva dalla precedente crisi, quando un’altra amministrazione, sempre a guida repubblicana, aveva ordinato l’operazione Midnight Hammer contro gli impianti nucleari di Fordow e Natanz.
Uomini e macchine al limite della resistenza
C’è poi un aspetto umano che raramente trova spazio nei comunicati ufficiali ma che rappresenta una variabile non trascurabile in vista di un eventuale attacco. L’equipaggio della Ford è in mare dall’estate del 2025, e quello che doveva essere un dispiegamento standard di sei mesi si è trasformato in una missione interminabile, con il morale che scende di giorno in giorno: madri che hanno perso figli senza poter essere presenti ai funerali, padri che hanno visto crescere i propri bambini solo attraverso uno schermo, e una stanchezza che mina la lucidità necessaria in situazioni di combattimento. Qualcuno, tra i marinai, ha già manifestato l’intenzione di lasciare la Marina una volta rientrato alla base, un campanello d’allarme per i vertici del Pentagono che devono fare i conti con una flotta di carrier sottoposta a un ritmo insostenibile. I problemi ai bagni, in questo senso, non sono che la punta dell’iceberg di un disagio piú profondo, la rappresentazione plastica di un sistema portato al collasso da ambizioni geopolitiche che ignorano i limiti fisiologici delle macchine — e degli uomini — chiamate a realizzarle. La Ford, nel suo silenzioso navigare verso est, porta con sé non solo missili e aerei, ma anche quattrocentosessanta milioni di litri di frustrazione che scorrono, quando va bene, in tubature troppo strette.




