La portaerei più grande del mondo alla fonda a Creta mentre Trump detta la linea all'Iran: "Non avranno mai l'atomica"
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Redazione Esteri
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Il gigante grigio è immobile nelle acque della baia di Souda, eppure la sua ombra si allunga fino al Golfo Persico. La USS Gerald R. Ford, la portaerei più imponente mai costruita con i suoi 337 metri di lunghezza e un costo di tredici miliardi di dollari, è ormeggiata da lunedì 23 febbraio presso la base navale statunitense nella zona nord-occidentale di Creta, dove probabilmente rimarrà per alcuni giorni, il tempo necessario per rifornirsi di carburante e viveri prima di riprendere la navigazione verso est -1 -5 -8. La sua presenza nel Mediterraneo orientale, accompagnata dal cacciatorpediniere USS Mahan, non è una semplice sosta tecnica, ma rappresenta un tassello fondamentale di un imponente schieramento voluto dal presidente Donald Trump, che intende mantenere la pressione al massimo livello mentre dall’altra parte del tavolo, a Ginevra, si consuma l’ennesimo, delicato tentativo di negoziato sul programma nucleare di Teheran -1.
Nel discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato oggi, 25 febbraio, Trump è stato lapidario, dedicando ampio spazio alla politica estera e tracciando una linea rossa netta e inequivocabile: “L'Iran non avrà mai un'arma nucleare. Non lo permetterò” -2 -3. Un messaggio diretto non solo agli ayatollah, ma anche all’alleato israeliano e alle cancellerie europee, in un momento in cui l’intelligence israeliana, secondo quanto riportato dal Financial Times, valuterebbe l’attuale assetto bellico nel Golfo come sufficiente per garantire a Washington la capacità di condurre un’offensiva limitata, che potrebbe tradursi in una settimana di raid a bassa intensità o in pochi giorni di bombardamenti pesanti -2. Parole, queste, che riecheggiano minacciose alla vigilia della ripresa del dialogo in Svizzera, dove domani gli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner incontreranno la delegazione iraniana.
La diplomazia sotto l'incudine della forza militare
Mentre la Ford completa le operazioni di rifornimento, nel quadrante mediorientale si sta concentrando una forza di fuoco che, per dimensioni, ricorda solo quella scatenata contro l’Iraq negli anni passati -5. Oltre alla Gerald R. Ford, è già operativa nella regione un’altra portaerei, la USS Abraham Lincoln, supportata da una dozzina di cacciatorpediniere e da oltre duecento velivoli, inclusi caccia stealth F-35 e F-15 -4 -5. Un dispiegamento che ha un duplice obiettivo: scoraggiare eventuali azioni di ritorsione da parte di Teheran e, al contempo, convincere la leadership iraniana della serietà delle intenzioni americane, spingendola a concedere sulle richieste fondamentali. Washington, attraverso i suoi negoziatori, chiede essenzialmente l’abbandono dell'arricchimento dell'uranio o, come ipotesi estrema di compromesso, una sua riduzione a livelli talmente bassi da renderlo inutilizzabile per scopi bellici -7.
L’amministrazione Trump, pur dichiarando di preferire una soluzione diplomatica, tiene tutte le opzioni sul tavolo, compresa quella militare. Stando a quanto ricostruito dalla Cnn, le alternative a disposizione del presidente sarebbero essenzialmente tre: lasciar spazio ai negoziati confidando nella pressione psicologica esercitata dalle portaerei, ordinare un attacco mirato e limitato contro installazioni militari o siti nucleari, oppure scatenare un’offensiva su larga scala con l’obiettivo, ben più ambizioso e rischioso, di indebolire il regime al punto da provocarne il collasso -6. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, presenta incognite non trascurabili, a partire dall’assenza di un chiaro progetto politico per il dopo e dal concreto rischio di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto prolungato e dall’esito incerto, come del resto avrebbero messo in guardia gli stessi vertici militari -4.
Il conto alla rovescia per Ginevra e le crepe interne al regime
A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono le mosse sul campo e le tensioni interne all’Iran. Nelle ultime ore, aerei cisterna KC-135 Stratotanker dell’Aeronautica militare statunitense sono stati avvistati all’aeroporto Ben Gurion in Israele, un indizio che suggerisce una preparazione logistica avanzata per eventuali operazioni aeree -5. Parallelamente, il Dipartimento di Stato ha disposto l’evacuazione del personale non essenziale dall’ambasciata americana a Beirut, in Libano, misura cautelativa che alimenta le speculazioni su un imminente attacco -4 -5. Segnali contraddittori, questi, che viaggiano in parallelo con le aperture diplomatiche. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che un accordo è “a portata di mano” se si darà priorità alla diplomazia, mentre il suo vice, Majid Takht-Ravanchi, ha parlato della volontà di Teheran di raggiungere un’intesa “il prima possibile” -6.
Eppure, all’interno della Repubblica Islamica, la tensione è palpabile. Secondo quanto riportato da fonti giornalistiche, la Guida suprema, Ali Khamenei, avrebbe predisposto un piano di successione per garantire la continuità del regime in caso di attacco, affidando nel contempo pieni poteri ad Ali Larijani, politico di lungo corso e figura chiave per le decisioni strategiche e militari in questa fase di crisi -7. Non solo: mentre i leader si preparano allo scenario bellico, il malcontento popolare torna a bollire. Nelle università di Teheran, gli studenti sono scesi in piazza per protestare contro il regime e la repressione, scontrandosi con le milizie Basij e intonando slogan contro il dittatore, a testimonianza di un fronte interno quanto mai fragile e diviso, che rappresenta un ulteriore elemento di vulnerabilità per il governo mentre dall’altra parte del Mediterraneo la superportaerei americana salperà presto da Creta, puntando dritta verso est -7.




