Trump e la nuova linea dura con l'Iran: cambio di regime e una seconda portaerei nel Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rotto gli indugi, se mai ve ne fosse stato bisogno, dichiarando senza mezzi termini che un cambio di regime a Teheran rappresenterebbe “la cosa migliore che potrebbe accadere”. La dichiarazione, rilasciata ieri al termine di un evento militare a Fort Bragg, in North Carolina, arriva in un momento di massima tensione, mentre il Pentagono ordina il dispiegamento di una seconda super-portaerei nelle acque del Golfo Persico. Si tratta della USS Gerald R. Ford, la più grande e tecnologicamente avanzata della flotta, che lascerà il Mar dei Caraibi – dove ha partecipato alle operazioni che hanno portato alla cattura di Nicolás Maduro – per raggiungere la consorella USS Abraham Lincoln e un imponente schieramento di caccia, droni e cacciatorpediniere già posizionati per tenere sotto pressione la leadership iraniana -1-2-5.

Il doppio binario della strategia di Washington: colloqui a Ginevra e muscoli nel Mediterraneo

La mossa militare, che alcuni funzionari interpellati da Reuters descrivono come la preparazione logistica per potenziali “operazioni prolungate” della durata di settimane, non interrompe però del tutto i canali diplomatici -9. Anzi, si inserisce in una strategia chiara di chi cerca di negoziare da una posizione di forza percepita. Martedì, a Ginevra, è previsto un nuovo round di colloqui: gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner incontreranno rappresentanti iraniani, con la mediazione di funzionari dell'Oman, per discutere proprio del programma nucleare di Teheran. Lo stesso Trump, interrogato sulla necessità di un secondo vettore, è stato lapidario: “Nel caso non raggiungessimo un accordo, ne avremo bisogno. Se servirà, sarà pronto” -1-3-8.

La richiesta americana, come ormai noto, non si limita a chiedere un congelamento dell'arricchimento dell'uranio. Washington spinge per un'intesa ben più ampia, che metta un freno anche al programma missilistico balistico e al sostegno che l'Iran fornisce a gruppi armati sparsi per la regione, da Hezbollah alle milizie sciite in Iraq e Siria. Teheran, per bocca del presidente Masoud Pezeshkian, ribadisce la disponibilità a discutere limitazioni al nucleare in cambio di un sollievo dalle sanzioni che stanno strangolando l'economia, ma oppone un netto rifiuto a collegare questi negoziati con le proprie capacità missilistiche, considerate un pilastro della difesa nazionale e della dottrina strategica -1-6. Un confronto, quello di Ginevra, che si preannuncia quindi come un test cruciale per capire se esista davvero uno spazio per un compromesso.

La preparazione per uno scenario di conflitto allargato

Non si parla, però, solo di diplomazia. Fonti anonime del Dipartimento della Difesa rivelano ai maggiori network internazionali che la pianificazione in corso va ben oltre i tradizionali raid mirati. Se l'anno scorso l'operazione “Midnight Hammer” vide un attacco singolo e chirurgico con bombardieri stealth B-2 contro gli impianti nucleari, oggi gli strateghi del Pentagono stanno delineando scenari molto più complessi. L'ipotesi sul tavolo, nel caso Trump optasse per l'azione militare, è quella di una campagna che potrebbe durare settimane, colpendo non solo le infrastrutture atomiche, ma anche installazioni delle forze di sicurezza e della Guardia Rivoluzionaria -4-9.

La posta in gioco, in questo caso, sarebbe altissima. Una risposta militare iraniana, data per certa dagli stessi funzionari americani, non si limiterebbe probabilmente a una ritorsione simbolica. Si aprirebbe la porta a un conflitto a bassa intensità ma potenzialmente capace di propagare le sue onde d'urto in tutto il Medio Oriente, coinvolgendo le basi statunitensi sparse tra Qatar, Kuwait, Emirati e Giordania, e mettendo a repentaglio la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo. Il dispiegamento di un secondo gruppo da battaglia, con la sua scorta di incrociatori e cacciatorpediniere lanciamissili, serve anche a questo: a fornire uno scudo difensivo sufficientemente robusto per proteggere le forze americane e i loro alleati da una pioggia di missili e droni, nel caso le trattative fallissero e si passasse dalle parole ai fatti -4-8.

Il peso di una presenza militare senza precedenti

La USS Gerald R. Ford, con i suoi 334 metri di lunghezza e i reattori nucleari che le permettono di operare per anni senza rifornimento, non è solo un simbolo. La sua capacità di imbarcare oltre 75 velivoli, inclusi i caccia F-35 e gli F-18 Super Hornet, e i sistemi di lancio elettromagnetici Emals che garantiscono un ritmo operativo serrato, la rendono una piattaforma d'arma formidabile. Il suo trasferimento forzato dal Mediterraneo ai Caraibi lo scorso novembre, e ora questo nuovo ordine di marcia verso il Golfo, sta mettendo a dura prova l'equipaggio, lontano da casa ormai da giugno del 2025. Un'estensione che, come sottolineano i funzionari della Marina, rischia di logorare il morale dei marinai, ma che l'amministrazione Trump ritiene necessaria per mantenere la credibilità della minaccia -1-8-10. Intanto, dal Venezuela al Medio Oriente, il messaggio che arriva dalla Casa Bianca è inequivocabile: la finestra per un accordo, a cui molti osservatori guardano con apprensione mista a speranza, non resterà aperta a tempo indeterminato.

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