L’appello di papa Leone XIV: pregare e lavorare per la pace, meno odio, e cercare soluzioni senza ricorrere alle armi
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Redazione Esteri
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È stato un passaggio brevissimo, quasi una battuta dettata dall’urgenza, quella che papa Leone XIV ha concesso ai giornalisti ieri sera, martedì 3 marzo, mentre lasciava Villa Barberini a Castel Gandolfo dove si era ritirato, come sua consuetudine, per una giornata di riposo e di lavoro. Poche parole, certo, ma pronunciate in un contesto internazionale che si fa di ora in ora più incandescente, e nelle quali la sintesi del pensiero del Pontefice è apparsa fin troppo chiara. “Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio”, ha esordito, quasi a voler stabilire una priorità d’azione che è prima di tutto spirituale e poi, conseguentemente, politica. L’osservazione successiva, “sta sempre aumentando l’odio nel mondo”, non è una generica lamentela ma la constatazione, amara e realistica, di un clima globale avvelenato che rende ogni trattativa, ogni pur minimo tentativo d’intesa, una salita impervia. Il Pontefice, tornando a Roma, ha voluto legare a doppio filo la preghiera all’azione concreta degli uomini, ribadendo come l’una non possa prescindere dall’altra. E l’ha fatto in un momento storico preciso: quello in cui, come si apprende da più fonti, l’esecutivo guidato da Donald Trump, torna a essere presidente degli Stati Uniti, ha chiuso ogni spiraglio al negoziato, ritenendo ormai “troppo tardi” per parlare mentre le operazioni militari si intensificano.
L’escalation in Medio Oriente e il moltiplicarsi degli attacchi
Lo scenario che fa da sfondo alle parole di Leone XIV è quello di un Medio Oriente tornato a essere polveriera. Il riferimento implicito, ma neppure più di tanto, del Santo Padre è a quanto sta accadendo in Iran e nell’intera area del Golfo, dove gli scontri hanno ormai assunto le caratteristiche di una guerra estesa e senza esclusione di colpi. Droni e missili, nelle ultime ore, hanno preso di mira non soltanto obiettivi militari ma anche infrastrutture civili ed economiche, colpendo, tra gli altri, paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, che di questa crisi sono finiti loro malgrado sulla linea del fronte. L’escalation, raccontano i cronisti internazionali, ha già provocato centinaia di vittime, e le cancellerie europehe, nel frattempo, si affannano a cercare una quadra. Francia, Germania e Regno Unito, per esempio, hanno fatto sapere di essere pronte a intervenire con “azioni difensive” per proteggere i propri interessi e quelli degli alleati nella regione, una mossa che rischia di internazionalizzare ulteriormente un conflitto già di per sé dai confini labili. Da Teheran, intanto, arrivano minacce dirette al vecchio continente: qualsiasi intervento europeo, è stato detto, verrebbe considerato un atto di guerra. In questo clima, le parole del Papa sull’inutilità delle armi e sulla necessità di “cercare di promuovere il dialogo” acquistano il peso di un monito rivolto a tutti i governi, nessuno escluso.
La posizione della Santa Sede tra diplomazia e realismo
Chi osserva i movimenti della Santa Sede sa bene che Leone XIV, in queste settimane, ha dosato con cura i propri interventi, cercando di mantenere aperto un canale di comunicazione che non si presti a facili strumentalizzazioni. L’appello di ieri sera, seppure sintetico, si inserisce in un magistero che sulla pace e sul rifiuto della guerra come soluzione dei conflitti ha costruito gran parte della sua predicazione. Già lo scorso fine settimana, del resto, il Pontefice aveva parlato di una “tragedia di proporzioni enormi” e della necessità di fermare “la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”. E lo aveva fatto, è bene ricordarlo, senza additare né colpevoli né santi, ma chiamando tutte le “parti coinvolte” a un esame di coscienza e a un'assunzione di responsabilità morale. Un atteggiamento, questo, che rifugge dalle condanne unilaterali per privilegiare un approccio che sia in grado di tenere in considerazione le complessità di uno scacchiere, quello mediorientale, in cui si intrecciano interessi strategici, economici e religiosi da decenni. La richiesta di “meno odio”, in tal senso, non è un vezzo retorico: è il riconoscimento che alla base di ogni conflitto, prima ancora delle ragioni geopolitiche, c'è sempre un sentimento umano che avvelena i rapporti e rende la convivenza, se non impossibile, quantomeno dolorosa.
La testimonianza dai luoghi del conflitto
A rendere ancora più concreto l'allarme del Vaticano giungono le voci di chi la crisi la vive sulla propria pelle. Monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, ha descritto la situazione come “incandescente” in un territorio – quello che comprende anche gli Emirati Arabi Uniti – che si trova a dover gestire le ripercussioni di un conflitto sempre più esteso. La sua testimonianza, raccolta e diffusa dai media vaticani, racconta di una popolazione stremata e di una tensione che sale. È a questa gente che il Papa guarda, è per queste vittime innocenti che chiede di pregare e di lavorare. Perché al di là delle alleanze e delle convenienze politiche, ciò che resta è la sofferenza di chi si trova intrappolato in una guerra non voluta e che, come tutte le guerre, semina “distruzione, dolore e morte”. L’appello a “soluzioni senza le armi” non è dunque un’utopia, ma la constatazione che con le armi, finora, non si è costruito nulla di duraturo.
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