Petrolio, l’ira di Trump che bombarda Teheran e svuota le sanzioni per calmare i prezzi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ultima, folgorante mossa dell’amministrazione Trump, messa a punto dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, rappresenta un paradosso difficilmente incasellabile nelle consuete categorie della politica estera americana: allentare le sanzioni sul petrolio iraniano proprio mentre i bombardamenti su Teheran sono in corso, nella speranza che i barili fermi in mare – circa 140 milioni, stando alle stime circolanti negli ambienti finanziari – possano agire come un refrigerio immediato su un mercato surriscaldato. La decisione, della durata di trenta giorni, mira a scongiurare un’impennata dei prezzi alla pompa che, dall’inizio del conflitto, ha già registrato un aumento del 30% sul suolo statunitense, dove la benzina è tornata a superare i tre dollari al gallone. Si tratta, in buona sostanza, di una terapia d’urto, un tentativo di iniettare liquidità in un sistema arterioso – quello del greggio – che rischia altrimenti di andare in fibrillazione.

La guerra in corso, infatti, sta materializzando scenari che fino a pochi mesi fa appartenevano alla peggiore delle ipotesi: venerdì il Brent ha chiuso sopra i 112 dollari al barile e il greggio americano ha superato quota 98, mentre le ripercussioni fisiche del conflitto si moltiplicano lungo la catena logistica. L’Iraq, secondo produttore dell’Opec, ha sospeso le estrazioni nei giacimenti gestiti dalle multinazionali straniere, dichiarando la “forza maggiore” per l’impossibilità di adempiere agli obblighi contrattuali, bloccato com’è dall’interruzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Qui il passaggio delle petroliere è crollato, passando da una media di 24 transiti giornalieri a un pugno di navi, spesso battenti bandiera iraniana, dopo che Teheran ha intensificato gli attacchi contro le navi e le infrastrutture energetiche della regione.

L’escalation dei prezzi e l’avvertimento di Riyadh

In questo quadro di caos controllato, l’Arabia Saudita ha di recente lanciato un allarme destinato a far tremare i polsi dei ministri dell’Economia europei: proseguendo su questa traiettoria, il prezzo del barile potrebbe raggiungere i 180 dollari entro aprile. Un avvertimento che non è caduto nel vuoto, visto che Goldman Sachs, in una nota agli investitori, ha ipotizzato che il costo del greggio potrebbe rimanere stabilmente sopra la soglia dei cento dollari fino alla fine del 2027, configurando “scenari di rischio caratterizzati da interruzioni prolungate e da perdite di offerta ampie e durature”. Le stime della banca d’affari, del resto, si basano sull’analisi di un evento senza precedenti: il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita quotidianamente circa un quinto del petrolio consumato globalmente, ha di fatto congelato una fetta enorme della produzione mediorientale.

Sul campo, gli effetti sono devastanti per la filiera. Il Qatar ha dovuto spegnere i propri impianti per la produzione di gas naturale liquefatto, mentre il Kuwait ha subito attacchi ai propri impianti di raffinazione, con i droni iraniani che hanno colpito le strutture di Mina Al-Ahmadi e Mina Abdullah, costringendo a uno spegnimento precauzionale di parte dell’impianto. Centinaia di navi cisterna sono ormai ferme in rada davanti ai grandi hub come Fujairah, negli Emirati Arabi, impossibilitate a raggiungere i mercati asiatici ed europei, mentre le rotte alternative, come l’oleodotto Saudi Aramco verso il Mar Rosso, dimostrano tutta la loro fragilità e capacità limitata.

La strategia americana e la partita irachena

La decisione di Bessent – che rappresenta la terza mossa del Tesoro Usa in poche settimane, dopo aver concesso licenze all’India per l’acquisto di petrolio russo bloccato – si inserisce quindi in una strategia di contenimento dei danni a breve termine, dettata da una logica di pura sopravvivenza politica interna. L’amministrazione Trump, che all’inizio dell’anno paventava l’idea di un barile sotto i 50 dollari, si trova ora a dover gestire un’inflazione importata che rischia di vanificare qualsiasi altro risultato economico, tanto che la Federal Reserve potrebbe essere costretta a rivedere le proprie previsioni sui tassi.

Nel frattempo, la partita energetica si gioca anche nei campi petroliferi iracheni di West Qurna, dove la presenza occidentale – un tempo dominante con colossi come Exxon e Shell – sta lasciando spazio a nuovi attori. Chevron ha infatti siglato un accordo preliminare con la Basra Oil Company per rilevare il giacimento che fu della russa Lukoil, mentre le aziende cinesi, più flessibili e tolleranti al rischio, consolidano il loro controllo sul sud del Paese, spesso agendo sotto la “copertura” politica delle milizie filo-iraniane. Una riconfigurazione geopolitica che, mentre le bombe cadono e il prezzo del carburante sale, ridisegna silenziosamente le mappe del potere energetico globale, spostando l’ago della bilancia lontano dal Golfo Persico e verso l’Atlantico.

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