Il paradosso dei divieti social: proteggere i minori senza abbandonarli al vortice digitale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Può una legge, per quanto restrittiva, sostituirsi al vuoto educativo che lascia i nostri ragazzi in balia degli algoritmi? Il mondo, diviso su tutto – dalla geopolitica alle guerre commerciali – sembra aver trovato un inaspettato punto d’incontro nel considerare i social media una minaccia, specialmente per i più giovani. Quella che era una crescente preoccupazione di pedagogisti e psicologi è diventata una priorità politica globale, e l’onda lunga del proibizionismo digitale sta investendo le aule parlamentari di mezzo mondo. Dall’Australia all’Europa, si moltiplicano i tentativi di erigere barriere normative, quasi un redde rationem dopo anni di sostanziale deregulation. Il nodo, tuttavia, resta irrisolto a monte: possiamo davvero proteggere i minori semplicemente innalzando muri, o il rischio è quello di creare recinti che illudono gli adulti e lasciano i ragazzi soli di fronte ai pericoli?

L’Australia ha fatto da apripista, una scelta radicale che ha scosso le coscienze e innescato un effetto domino. Dal 10 dicembre scorso, nel continente oceanico è in vigore il divieto assoluto di accesso ai social media per i minori di sedici anni, una legge pionieristica che impone alle piattaforme – da Facebook a TikTok, da Snapchat a X, per citarne alcune – multe salatissime, fino a 49,5 milioni di dollari australiani, qualora non dovessero rimuovere tempestivamente gli account degli underage -1-9. Il primo ministro Anthony Albanese ha parlato di una riforma profonda, capace di restituire ai genitori quella tranquillità che il vortice digitale ha eroso, e di ridare ai bambini il tempo per essere semplicemente bambini -1. Un’idea, questa, che ha fatto breccia in Europa. La Francia, con Emmanuel Macron in prima linea, aveva già annunciato l’intenzione di blindare l’accesso ai minori di quindici anni, e una commissione parlamentare d’inchiesta ha recentemente definito TikTok una “trappola algoritmica” i cui contenuti, tossici e capaci di creare dipendenza, mettono a repentaglio la salute mentale degli adolescenti, arrivando persino a ipotizzare un “reato di negligenza digitale” per i genitori -2.

A cascata, altri governi si stanno muovendo nella medesima direzione, seppur con sfumature diverse. La Spagna ha portato avanti un progetto di legge organico per la protezione dei minori nell’ambiente digitale, innalzando a sedici anni l’età minima per l’apertura di un profilo social e introducendo nel codice penale figure di reato come i deepfake a contenuto sessuale -3-10. La Danimarca ha annunciato l’intenzione di seguire l’esempio australiano, con la ministra per la Digitalizzazione che ha accusato le piattaforme di “rubare il tempo, l’infanzia e il benessere dei nostri bambini” -4. Anche Norvegia e Grecia si apprestano a varare misure simili, con quest’ultima che punta a diventare il primo paese europeo a tradurre in pratica operativa il blocco per gli under 15, concentrandosi sulla verifica dell’età -5-6.

E mentre l’Europa dibatte su limiti e sanzioni, oltreoceano l’approccio sembra declinarsi in modo differente. Negli Stati Uniti, dove Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, non si parla tanto di divieti generalizzati quanto di responsabilizzazione e trasparenza. Al Congresso è stato presentato il Stop the Scroll Act, una proposta che obbligherebbe le piattaforme a mostrare un’etichetta di avvertimento sulla salute mentale, proprio come si fa per il tabacco. Un avviso chiaro e ben visibile, da ripetere dopo ogni ora di navigazione, che metta in guardia dai rischi e offra un collegamento diretto con risorse federali di supporto, come il numero per la prevenzione dei suicidi -8. Un approccio che punta a rendere l’utente – anche giovane – consapevole del potenziale pericolo, piuttosto che a escluderlo a priori.

Ma tutto questo movimento normativo, per quanto convinto, solleva una domanda di fondo: la legge può davvero colmare il vuoto educativo? I dati, intanto, dipingono una realtà complessa. In Italia, un’indagine Istat ha rivelato che un giovane su cinque è vittima di bullismo, e il 34% ha subito vessazioni online -7. La legge 71 del 2017, ispirata proprio dalla tragica storia di Carolina Picchio, aveva fatto da apripista in Europa offrendo strumenti come la procedura di ammonimento e la richiesta di oscuramento dei contenuti, ma il fenomeno non accenna a diminuire -7. Le norme esistono, eppure i ragazzi continuano a navigare in un ecosistema che li espone a rischi enormi. Il punto, forse, è che nessuna piattaforma, per quanto rigorosa nel verificare l’età, potrà mai sostituirsi al ruolo di chi dovrebbe guidare i più piccoli in questo mondo complesso.

L’istruzione e la consapevolezza come unico vero argine

Se i governi corrono ai ripari con divieti e multe, c’è chi prova a lavorare sull’unico fronte che potrebbe davvero fare la differenza nel lungo periodo: la formazione. In Spagna, il governo ha annunciato un piano nazionale che prevede una scuola per genitori nell’ambito degli ambienti digitali, e laboratori di cultura digitale per i ragazzi, concepiti come spazi di creazione e partecipazione -3. In Norvegia, l’Autorità per i Media sta puntando molto sulla campagna informativa rivolta sia ai giovani che ai loro genitori, cercando di sfatare i miti legati alla segnalazione di abusi online e di spiegare concretamente come funzionano gli strumenti di tutela -5.

Si tratta di un cambio di paradigma: non solo vietare, ma insegnare a destreggiarsi. Perché, come emerge dai dati, il 90% degli 11-19enni trascorre almeno un paio d’ore al giorno su internet, e molti di loro hanno accesso ai social già prima dei tredici anni, eludendo i limiti di età attuali con estrema facilità -5-7. Il divieto, da solo, rischia di essere un provvedimento fragile, aggirabile con una VPN o con la semplice complicità di un genitore distratto. Serve qualcosa di più profondo: serve un’educazione che renda i ragazzi capaci di riconoscere i pericoli, di proteggere la propria privacy, di non cadere nella trappola di algoritmi progettati per tenerli incollati allo schermo. È una sfida immane, che richiede di ripensare il ruolo della scuola e della famiglia, chiamate a fornire gli anticorpi per un mondo che non si può più ignorare.

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