L'Europa, rimasta sola, sblocca nuovi fondi per l'Ucraina mentre valuta piani alternativi
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Redazione Esteri
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Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato il suo via libera formale a un nuovo trasferimento di risorse, pari a 1,8 miliardi di euro, a favore dell’Ucraina, una decisione che, se da un lato conferma l’impegno finanziario del blocco, dall’altro arriva in un momento di profonda solitudine strategica per i Ventisette. Questo pagamento, che rappresenta la quinta erogazione regolare prevista dallo Strumento per l’Ucraina, avviene infatti in uno scenario radicalmente mutato, dove il sostegno transatlantico, che per tre anni aveva costituito un pilastro fondamentale, si è improvvisamente dissolto. L’amministrazione di Donald Trump, come è noto, ha infatti interrotto qualsiasi forma di trasferimento o prestito, lasciando di fatto l’Europa come unico principale sostenitore delle casse di Kiev, la quale, stando alle dichiarazioni del presidente Volodymyr Zelensky, avrà bisogno di fondi “fin dall’inizio” del prossimo anno.
Il peso del passato e il vuoto americano
Nei primi tre anni successivi all’aggressione su larga scala, l’assistenza combinata di Europa e Stati Uniti aveva mostrato un trend crescente, passando da 74 miliardi di euro nel 2022 a 79 nel 2023, fino a toccare la cifra di 89 miliardi lo scorso anno, secondo le stime del Kiel Institute for International Economics; un flusso in cui, va ricordato, il contributo americano aveva superato, seppur di poco, quello europeo. Oggi, con la brusca sterzata di Washington, quel contrappeso è venuto meno, spingendo l’Unione a interrogarsi non solo su come colmare l’immediato fabbisogno, ma anche su come strutturare un sostegno di lungo periodo in assenza di un partner ritenuto fino a ieri indispensabile. La posta in gioco, come è evidente, non potrebbe essere più alta, dato che il prosciugamento degli aiuti esteri metterebbe a serio rischio la stabilità stessa del paese.
Il nodo degli asset russi e l’isolamento del Belgio
Proprio per far fronte a questa emergenza finanziaria, erano stati messi in cantiere piani più ambiziosi, che però si sono scontrati con veti incrociati e difficoltà tecniche. Il progetto più audace, quello di un prestito di riparazione da 140 miliardi di euro da concedere all’Ucraina utilizzando proprio gli asset della Banca centrale russa immobilizzati dall’inizio del conflitto, è stato di fatto bloccato durante un vertice dello scorso mese. A opporsi, in solitaria, è stato il primo ministro belga Bart De Wever, il quale, pur lamentandosi di essere stato messo sotto pressione e di essere finito nel mirino degli altri leader, ha fatto muro. La sua obiezione appare tanto più significativa se si considera che il piano si basava in larga parte sui fondi detenuti proprio presso Euroclear, un deposito centrale di titoli la cui sede operativa si trova a Bruxelles, nonostante gli alleati del G7 abbiano affermato di avere congelato nelle proprie giurisdizioni circa 300 miliardi di euro di asset sovrani russi.
La ricerca di soluzioni alternative
Con il prestito garantito dagli asset russi attualmente in stallo, l’Unione europea si trova pertanto costretta a valutare con urgenza una serie di piani alternativi per onorare i propri impegni e garantire una continuità di risorse a Kiev. La discussione, che procede parallelamente al flusso di erogazioni più contenute come quella appena approvata, è tutta incentrata sull’identificazione di meccanismi finanziari innovativi e sostenibili, capaci di sopperire alla mastodontica assenza americana senza gravare eccessivamente sui bilanci nazionali. Si tratta di un esercizio di equilibrio complesso, che deve tenere conto delle diverse sensibilità politiche interne al blocco, della necessità di non pregiudicare future vie diplomatiche e, al contempo, dell’imperativo categorico di non lasciare l’Ucraina senza il sostegno di cui ha dichiarato di aver bisogno per la sua sopravvivenza.




