Ai e lavoro, lo studio Bce: occupazione e salari reggono l’urto. Ma la trasformazione è già iniziata

Ai e lavoro, lo studio Bce: occupazione e salari reggono l’urto. Ma la trasformazione è già iniziata
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Redazione Economia Redazione Economia   -   Prima dovevano essere i grafici e i creativi. Poi gli analisti, gli impiegati amministrativi, i professionisti che lavorano ogni giorno con dati, testi e informazioni. Da quando ChatGpt e gli altri sistemi di intelligenza artificiale generativa sono entrati nelle aziende, le previsioni sui posti di lavoro a rischio si sono moltiplicate, alimentando il timore che una parte crescente delle attività umane possa essere affidata agli algoritmi.

Eppure, almeno finora, nel Paese che più di ogni altro ha investito in queste tecnologie, gli Stati Uniti, lo scenario temuto non si è materializzato: secondo uno studio della Banca Centrale Europea, che ha analizzato il mercato del lavoro statunitense come banco di prova dell'adozione dell'IA, l'effetto complessivo su occupazione e salari resta per ora limitato.

La riallocazione silenziosa del lavoro

L'assenza di effetti rilevanti sul mercato del lavoro nel suo complesso, tuttavia, non significa che tutti i settori si stiano muovendo allo stesso modo. Lo studio della Bce evidenzia infatti differenze sempre più marcate tra le professioni maggiormente esposte all'intelligenza artificiale e quelle che, almeno per ora, sembrano più protette.

Prendendo in esame il periodo compreso tra il 2019 e il 2025, i ricercatori hanno rilevato che i lavori considerati ad alto rischio di sostituzione hanno registrato una crescita occupazionale inferiore di circa 15 punti percentuali rispetto alle professioni meno esposte. In alcuni casi si è osservata una vera e propria contrazione: l'occupazione nelle professioni ad alto rischio di sostituzione, tra cui vengono citati a titolo di esempio economisti e graphic designer, è diminuita mediamente di oltre il 4%.

L'andamento è opposto per le professioni considerate meno vulnerabili all'automazione, come elettricisti e insegnanti delle scuole superiori, figure nelle quali la presenza fisica, le competenze tecniche specialistiche o la componente relazionale restano centrali. In queste professioni l'occupazione è aumentata del 13% nello stesso periodo. I dati suggeriscono che una parte dell'occupazione si sia progressivamente spostata dai comparti più esposti ad altri settori dell'economia, contribuendo a modificare gradualmente la composizione del mercato del lavoro.

La quota dei lavori considerati a basso rischio di sostituzione è salita dal 23% al 25% dell'occupazione totale statunitense tra il 2019 e il 2025; nello stesso arco temporale, la quota delle professioni ad alto rischio è invece scesa dal 35% al 33%.

La tenuta dei salari e il nodo dei giovani

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda l'andamento delle retribuzioni. Nonostante i cambiamenti osservati nell'occupazione, il rischio di sostituzione con l'IA non ha avuto un impatto significativo sulla crescita salariale dal 2019. La tenuta media delle retribuzioni non significa però che tutti siano protetti.

Una ricerca dello Stanford Digital Economy Lab ha individuato il punto più fragile all'ingresso del mercato del lavoro: tra gli occupati americani di età compresa fra 22 e 25 anni, l'occupazione nelle professioni maggiormente esposte all'IA generativa ha registrato un calo relativo del 16%.

Il danno si concentra nei mestieri nei quali l'IA automatizza il lavoro, mentre risulta molto più contenuto quando la tecnologia amplia le capacità delle persone. È la differenza fra un software che elimina un compito affidato tradizionalmente a un neoassunto e uno strumento che consente allo stesso lavoratore di produrre di più. Qui si trova uno dei rischi meno discussi della trasformazione: la scomparsa dei gradini iniziali.

Molti professionisti esperti hanno costruito le proprie competenze svolgendo attività ripetitive, preparando bozze, controllando dati, classificando documenti o producendo versioni preliminari. Se quelle mansioni vengono affidate subito a un sistema automatico, l'impresa guadagna efficienza, ma il giovane perde il luogo nel quale imparare.

Il paradosso di Jevons e gli scenari futuri

Nel dibattito contemporaneo sull'impatto dell'intelligenza artificiale, la narrativa dominante si sofferma spesso, con un certo timore, sulla contrazione della manodopera. Tuttavia, per chi guarda al business con occhio strategico ed economico, la storia offre una prospettiva opposta e ben più promettente, evocando il Paradosso di Jevons: quando una tecnologia rende più economico e accessibile un servizio o un'attività, la domanda per quella attività tende ad aumentare, non a diminuire.

L'economista Erik Brynjolfsson, direttore dello Stanford Digital Economy Lab, applica questa lente all'intelligenza artificiale generativa: se l'IA riduce il tempo necessario per generare codice software, scrivere un parere legale o diagnosticare una patologia, ci troveremo non semplicemente di fronte a un risparmio sui costi operativi, ma a una ridefinizione del mercato.

Il fattore determinante per stabilire se l'intelligenza artificiale agirà come un sostituto o come un volano per l'occupazione risiede nell'elasticità della domanda. In settori storicamente caratterizzati da scarsità e prezzi elevati, come la medicina specialistica o l'assistenza legale complessa, la riduzione del costo unitario rende questi servizi accessibili a una platea vastissima, generando una domanda enormemente superiore che potrebbe richiedere nuovo personale umano per gestire l'espansione del business.

Gli stessi autori dello studio della Bce invitano comunque alla cautela: l'adozione dell'intelligenza artificiale generativa è ancora in una fase relativamente iniziale e molte imprese stanno sperimentando questi strumenti senza averne ancora integrato pienamente le potenzialità nei processi produttivi. La partita, insomma, è ancora tutta da giocare.

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