Torino, al corteo pro Pal in fiamme la bandiera di Israele
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Redazione Interno
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Circa settecento persone, sfidando una pioggia che non ha dato tregua per l’intero pomeriggio, hanno sfilato ieri da piazza XVIII Dicembre fino a piazza Castello, nel cuore di Torino, per ribadire la propria solidarietà alla causa palestinese e, come è emerso dagli slogan e dagli striscioni, per allargare il raggio della protesta anche alla situazione iraniana. Il corteo, promosso dal coordinamento Torino per Gaza, ha visto la partecipazione di una galassia eterogenea di sigle e movimenti: dai collettivi studentesci, che da settimane animano le piazze e le università, a realtà politiche più strutturate come le sezioni locali del partito comunista, fino a gruppi di attivismo ambientale e femminista quali Extinction Rebellion e Non una di meno, senza dimenticare la presenza di esponenti dell’Anpi e di sindacati di base come Cub e Sì Cobas. L’elemento che ha tuttavia attirato l’attenzione dei cronisti e dei passanti, nonostante la giornata fosca, è stato il gesto conclusivo della mobilitazione: l’incendio di una bandiera israeliana, bruciata in piazza Castello sotto lo sguardo dei manifestanti, un’immagine che inevitabilmente riassume la tensione che da mesi caratterizza queste manifestazioni.
La sfilata e le rivendicazioni contro le scelte del governo
Il serpentone, aperto da uno striscione dal Titolo inequivocabile, “Criminale è chi sostiene il genocidio. Contro le aggressioni di Usa e Israele. Free Palestine Free Iran”, ha attraversato le vie del centro con una sequenza di tappe simboliche che hanno scandito la narrazione della protesta. Davanti alla sede del Consiglio regionale e successivamente dinanzi al municipio, i portavoce del corteo hanno puntato il dito contro le amministrazioni locali, accusate di non fare abbastanza per prendere le distanze dalle politiche di Israele e, per estensione, da quelle degli Stati Uniti, la cui amministrazione guidata da Donald Trump è stata più volte bersaglio di cori ostili. Una sosta significativa è avvenuta nel vivace contesto di Porta Palazzo, il mercato all’aperto più grande d’Europa, dove alcuni attivisti hanno preso la parola per ribadire il concetto di una lotta che non si limita alla solidarietà internazionalista ma che intende colpire quelli che vengono definiti come gli interessi economici e militari italiani. Attraverso i megafoni, è stata lanciata un’accusa diretta al governo nazionale, reo, secondo i manifestanti, di trarre profitto dalla produzione e dal commercio di armi, un business che finirebbe per alimentare i conflitti mediorientali e che vede coinvolte aziende con stabilimenti sul territorio piemontese, come Leonardo, già bersaglio di azioni dimostrative in passato.
La difesa della risposta iraniana e le parole dei promotori
Tra gli interventi che hanno raccolto maggiore attenzione, anche da parte dei giornalisti presenti, vi è stato quello di un attivista noto per la sua attività sui social network, Brahim Baya, il quale ha preso la parola per affrontare il tema, spinoso e complesso, del conflitto che coinvolge l’Iran. In un passaggio del suo discorso, poi ripreso e amplificato dai cronisti al termine della manifestazione, Baya ha espresso una posizione netta e priva di ambiguità riguardo al diritto di autodifesa della Repubblica Islamica: “L’Iran si sta difendendo contro un’aggressione criminale portata avanti da due potenze criminali”, ha dichiarato, riferendosi evidentemente a Israele e agli Stati Uniti, aggiungendo una riflessione sull’utilizzo dell’arsenale missilistico che ha suscitato un acceso dibattito. “I missili esistono per essere usati: se uno Stato viene attaccato al di fuori di ogni legittimità internazionale ha il diritto a difendersi, come è sempre successo nel corso di questa storia”. Il suo ragionamento si è poi spostato sul piano della politica interna italiana, criticando la mancanza di una presa di posizione chiara da parte dell’esecutivo, definito “un governo che non ha la schiena dritta” per sostenere pubblicamente tale principio di legittima difesa.
La conclusione in piazza Castello e i simboli della contestazione
Dopo aver percorso via Po, tradizionale arteria del centro universitario e luogo di ritrovo della Torino giovane e politicizzata, il corteo ha raggiunto la sua destinazione finale, piazza Castello, antistante la residenza sabauda. È stato qui che, mentre la pioggia continuava a cadere, un gruppo di manifestanti ha dato alle fiamme il vessillo israeliano, un atto che, al di là della sua carica simbolica, rappresenta ormai un topos ricorrente in molte manifestazioni del movimento pro-Palestina. Le fiamme che hanno avvolto la stella di Davide hanno suggellato una giornata di mobilitazione che, al netto delle condizioni meteorologiche avverse, ha confermato la capacità del coordinamento Torino per Gaza di portare in piazza una base attiva e trasversale. Gli organizzatori, sciogliendo la folla, hanno già lanciato un appello per le prossime settimane, annunciando nuove iniziative per il 21 marzo e, con uno sguardo più lungo, per il 25 aprile, quando la città è chiamata a celebrare la Festa della Liberazione: in quell’occasione, è stato promesso, “ci sarà una grande manifestazione perché Torino è partigiana”.




