Teheran sceglie un falco ricercato dalla giustizia argentina per guidare i pasdaran
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Redazione Esteri
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La Repubblica Islamica dell’Iran, nel tentativo di riorganizzare il proprio apparato di sicurezza dopo i devastanti raid condotti nella notte da Stati Uniti e Israele, operazione che ha decapitato gran parte della leadership, ha annunciato la nomina del nuovo comandante del delle Guardie della Rivoluzione Islamica. La scelta è caduta su Ahmad Vahidi, figura di altissimo profilo nell’establishment teheranite, uomo dalle spiccate competenze nei servizi segreti e, non secondario dettaglio, individuo sul quale pende dal 2007 una nota rossa di Interpol su richiesta della giustizia argentina. Vahidi, che era il vice del precedente capo dei Guardiani della Rivoluzione, Mohammad Pakpour, ucciso nelle operazioni del primo giorno di conflitto, prende le redini di uno dei pilastri militari del paese in un momento di estrema fragilità istituzionale, segnato anche dalla morte del leader supremo Ali Khamenei, di diversi comandanti e del capo di stato maggiore.
Da Shiraz al comando: la carriera di un fedelissimo del regime
Nato nel 1958 nella città di Shiraz, Vahidi vanta un’esperienza quasi quarantennale all’interno dei pasdaran, essendosi arruolato nei Guardiani della Rivoluzione subito dopo la cacciata dello Scià, nel 1979; da lì in poi ha scalato tutti i gradini della gerarchia, costruendosi una solida reputazione come uomo d’intelligence. Già nei primi anni Ottanta, durante il conflitto con l’Iraq, gli vennero affidati incarichi di sicurezza interna sotto la supervisione di Mohsen Rezai, e il suo nome è indissolubilmente legato alla fondazione e alla guida della Forza Quds, l’unità d’élite dei pasdaran deputata alle operazioni extraterritoriali, reparto che successivamente sarebbe stato reso celebre a livello mondiale dal generale Qassem Soleimani, ucciso a Baghdad da un raid americano nel 2020. È precisamente durante il suo periodo al comando di queste forze speciali, un arco di tempo compreso tra la fine degli anni Ottanta e la metà del decennio successivo, che si colloca il suo coinvolgimento in quella che è considerata una delle pagine più nere del terrorismo internazionale contro obiettivi ebraici, la strage di Buenos Aires.
La macchia di Buenos Aires e i rapporti con l’Argentina
Il nome di Ahmad Vahidi, per le autorità giudiziarie argentine, è da decenni sinonimo di impunità e sangue: l’accusa, formalizzata dal defunto fiscal Alberto Nisman, è di aver partecipato al vertice decisionale in cui si stabilì di colpire la mutualità ebraica AMIA, attentato che il 18 luglio 1994 provocò la morte di 85 persone e il ferimento di altre centinaia. L’inchiesta del magistrato sudamericano portò all’emissione di mandati di cattura internazionali, e Vahidi, assieme ad altri alti funzionari iraniani, finì nel mirino di Interpol, che tuttora ne richiede l’arresto per omicidio plurimo aggravato dall’odio razziale e religioso. Nonostante questi gravami giudiziari, la sua carriera non ha mai subito arresti: anzi, è proseguita inarrestabile, tanto da portarlo a ricoprire l’incarico di ministro della Difesa sotto la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, tra il 2009 e il 2013, e successivamente la poltrona di ministro dell’Interno con Ebrahim Raisi, dal 2021 fino al 2024. In questo ruolo, nel 2011, Vahidi causò persino un incidente diplomatico con l’Argentina, quando venne scoperto durante una visita ufficiale in Bolivia e prontamente espulso da La Paz, che si scusò formalmente con Buenos Aires.
Il profilo di un falco sotto sanzioni
La promozione di Vahidi, descritto dai media come un “falco” e fautore di linee durissime, avviene in un contesto di assoluta emergenza, con il paese messo in ginocchio dalle incursioni nemiche e con un vuoto di potere ai vertici che rende ogni nomina strategica particolarmente delicata. Oltre alla nota rossa dell’organizzazione di polizia internazionale, il nuovo comandante dei pasdaran è soggetto a sanzioni da parte degli Stati Uniti, che lo hanno incluso nella lista nera del Dipartimento del Tesoro per il suo ruolo nella repressione del dissenso interno, in particolare durante le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2020, e per i suoi legami con i programmi missilistici e nucleari di Teheran. La sua nomina, in un momento in cui anche la Guida Suprema risulta eliminata, solleva peraltro interrogativi su chi abbia formalmente deliberato l’incarico, considerato che le gerarchie decisionali tradizionali sono state profondamente scosse dalle operazioni militari.




