Mohammad Zolghadr, il nuovo volto della sicurezza iraniana dopo la morte di Larijani
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Redazione Esteri
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La guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran, una conflittualità che negli ultimi giorni ha visto intensificarsi i raid incrociati su infrastrutture e città, ha prodotto un effetto immediato non solo sul campo di battaglia ma anche, e forse soprattutto, nei vertici decisionali della Repubblica Islamica. La strategia congiunta degli attacchi, mirata a decimare la leadership politico-militare di Teheran, ha creato un vuoto di potere che ha costretto il regime a un’accelerazione forzata nei processi di successione. In questo contesto di emergenza, dove il tempo per la transizione è scandito dalle esplosioni e dalle pressioni internazionali, la scelta dei nuovi vertici cade inevitabilmente su figure dalle spiccate caratteristiche di falco, più che di colomba, a garanzia di una linea dura che possa fronteggiare l’escalation.
La scomparsa di Ali Larijani e la nomina del suo successore
Una delle perdite più significative subite dall’apparato di sicurezza iraniano è stata quella di Ali Larijani, ucciso la scorsa settimana nel corso degli attacchi effettuati da Israele e Stati Uniti. Larijani, una figura di spicco della politica locale, ricopriva il ruolo di segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il potentissimo organo che di fatto coordina la politica estera e di sicurezza del Paese, mettendo attorno a un tavolo alti funzionari militari, dell'intelligence e rappresentanti della Guida Suprema. Per colmare questa lacuna, che rischiava di paralizzare il processo decisionale nel momento di massima tensione, i media locali hanno prontamente diffuso la notizia della nomina del suo sostituto. La scelta è caduta su Mohammad Baqer Zolghadr, un veterano comandante in pensione del delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran), la cui nomina a nuovo segretario del Consiglio è stata ufficialmente confermata dall’ufficio presidenziale.
Chi è Mohammad Baqer Zolghadr, il falco dei Pasdaran
La nomina di Zolghadr, nato nel 1954 a Fasa, non è certo un dettaglio di poco conto: rappresenta il ritorno di una delle anime più dure e ultraconservatrici dell’apparato militare iraniano. Egli non è un volto nuovo per chi segue le dinamiche di potere a Teheran; vanta una carriera lunga e costellata di incarichi chiave, che spaziano dal ruolo di vice ministro degli Interni a quello di assistente del capo della magistratura per gli affari strategici. Il suo profilo, forgiato durante la lunga guerra con l'Iraq negli anni Ottanta e consolidato in decenni di servizio nei ranghi dei Pasdaran, gli conferisce un’autorevolezza militare che mancava forse al suo predecessore, ucciso nell’attacco israeliano. In un momento in cui il paese è impegnato su più fronti, dalla difesa dello Stretto di Hormuz alla risposta ai raid sulle sue infrastrutture, la scelta di affidare la sicurezza nazionale a un ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie è un segnale preciso dell’orientamento che la fazione al potere intende imprimere alla gestione del conflitto: un approccio improntato alla fermezza e alla competenza strategica sul campo.
Le implicazioni di un ricambio generazionale forzato
La decapitazione dei vertici, un effetto collaterale delle operazioni militari congiunte tra Washington e Tel Aviv, ha costretto Teheran a un rinnovamento forzato dei ruoli istituzionali, un meccanismo che non lascia spazio a gradualità o a lunghe transizioni. Zolghadr, che vanta un passato da comandante militare e una solida reputazione all'interno delle fazioni più intransigenti, si trova ora a dover gestire un Consiglio che, per sua natura, è il crocevia delle tensioni tra il governo, l'esercito e la Guida Suprema. La sua eredità, pesantemente influenzata dalla sua esperienza nei Pasdaran, suggerisce che non ci si debba attendere alcun cedimento sulla linea difensiva adottata finora; anzi, la sua presenza al timone della sicurezza nazionale potrebbe tradursi in una gestione ancora più spietata delle operazioni di intelligence e di risposta agli attacchi esterni. La guerra, insomma, non si combatte solo con i missili che solcano il cielo di Tel Aviv o degli impianti nucleari, ma anche con le nomine che, nei palazzi del potere, definiscono i confini entro i quali la Repubblica Islamica intende muoversi nelle prossime, drammatiche settimane.




