Eraldo Turra e l'addio a Luciano Manzalini: così nacquero i Gemelli Ruggeri
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il vuoto che si apre dopo quasi cinquant'anni di sodalizio artistico e umano è difficile da colmare, e Eraldo Turra lo sa bene mentre racconta, con parole misurate ma non per questo meno affettuose, di Luciano Manzalini. La scomparsa dello "smilzo", avvenuta dopo una lunga malattia e le conseguenze di un ictus subito circa un anno fa, ha riportato alla luce le gesta di un duo comico che ha segnato un'epoca della televisione e del cabaret italiano, quello dei Gemelli Ruggeri. Turra, definendosi il "corpulento" della coppia, sottolinea come il loro legame sia sopravvissuto intatto al passare del tempo, nonostante negli ultimi periodi i contatti si fossero diradati a causa delle condizioni di salute dell'amico. «Siamo sempre rimasti amici», afferma, «ci sentivamo solo un po’ meno». Una dichiarazione che racchiude, in poche parole, la sostanza di un'amicizia nata sul palco e consolidata da una complicità rara, quella che permette di non litigare mai in mezzo secolo di lavoro fianco a fianco.
La genesi di una comicità unica
La loro comicità, fatta di sguardi stralunati, battute surreali e un'ironia fine che spesso sfiorava l'aforisma, non fu un prodotto di fabbrica ma il frutto di una scelta ben ponderata. Turra ricorda, infatti, come la decisione di presentarsi come gemelli omozigoti fosse un'idea precisa, nata per cementare il personaggio. Per rendere credibile la somiglianza, entrambi si fecero crescere i baffi, dettaglio iconico che divenne parte integrante della loro immagine. Una trovata geniale, che nascondeva la verità di due attori uniti non dal sangue ma da un identico senso del divertimento, anticonvenzionale e intelligente. Lo stesso Manzalini, del resto, era capace di distillare in frasi apparentemente semplici una visione del mondo acuta e disincantata, come quando osservava che "chi è pieno di sé è, senza alcun dubbio, pieno di nulla" o confessava di andare "malvolentieri alle feste, per non farsi cogliere dalla classica depressione post party".
Un ricordo fatto di affetto e di oggetti simbolici
Oltre alle parole, a restare sono gli oggetti, testimoni muti di mille serate e sketch. Turra conserva con cura tutti i "colbacchi di Croda", i caratteristici copricapi in pelliccia che divennero un altro marchio di fabbrica del duo durante le loro esibizioni. Quei cappelli, insieme ai baffi, completavano la trasformazione in "gemelli" e oggi rappresentano un archivio materiale di memorie, quasi una reliquia laica di un'epoca della comicità italiana. La loro arte, che si esprimeva attraverso un perfetto controcanto fisico e verbale – dove la ratura differente diventava un punto di forza e non una discrepanza – ha conquistato un pubblico vasto, che in queste ore ha riempito i social network di messaggi di cordoglio, dimostrando quanto quel sodalizio sia rimasto nel cuore di molti.
Il silenzio dopo una lunga malattia
Il percorso di Manzalini verso la dipartita è stato segnato, come spesso accade, da una progressiva ritirata dalla vita pubblica a causa dei problemi di salute. L'ictus, in particolare, ha rappresentato uno spartiacque dopo il quale l'attore non si è più pienamente ripreso, costringendolo a un congedo silenzioso dalle scene. La notizia della morte, giunta dalla clinica Villa Paola, ha quindi messo fine a un periodo di sofferenza, restituendo alla città di Bologna e al mondo dello spettacolo il ricordo puro del suo talento comico. Un talento che, come sottolinea Turra, risiedeva anche e soprattutto nella qualità umana del compagno di avventure: «Luciano era una magnifica persona», una definizione semplice che racchiude il senso di ogni collaborazione duratura. Il dolore per la perdita, seppur atteso, non è per questo meno profondo e lascia il "corpulento" con un archivio di gag, di tournée e di sguardi complici che nessuna malattia può portare via.




