L’ultimo atto di Powell tra petrolio e cripto: mercati in apnea prima della svolta
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Redazione Economia
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L’aria, nei saloni che contano di Wall Street come nei forum decentralizzati delle criptovalute, è quella sospesa che precede un temporale o, forse peggio, una prolungata bonaccia. A poche ore dalla riunione del Fomc – quella che, salvo colpi di scena, sancirà l’addio di Jerome Powell dalla presidenza della Federal Reserve – i mercati mostrano i nervi scoperti. Da un lato il greggio che macina record, con il Brent tornato stabilmente sopra i 100 dollari al barile e i futures che per le consegne estive già prezzano un ulteriore aggravio di quasi 7 dollari. Dall’altro, la febbre da intelligenza artificiale che sembra aver contratto un brivido di freddo: i giganti del tech, pronti a svelare i loro dossier contabili, sanno bene che non potranno più nascondersi dietro l’euforia da algoritmo. In mezzo, il mondo delle monete digitali, quel Bitcoin sceso a 77.400 dollari che prova a leccarsi le ferite dopo una seduta chiusa in negativo per l’1,34%.
Le gerarchie del potere finanziario stanno per essere riscritte, e la mano che tiene la penna è quella del presidente della Fed, ormai prossimo al gong finale. Non ci si aspetta un intervento muscolare: gli analisti della Commonwealth Bank of Australia, come del resto l’intero tabellone del CME FedWatch, danno per certa l’immobilità dei Fed Funds Rates nel range 3,50-3,75%. Eppure, è proprio il "non fare nulla" ad agitare le acque. Perché questo immobilismo, se da un lato fotografa l’incertezza data dal conflitto in Medio Oriente, dall’altro lascia intravedere la fine di un’era. Powell, che lascia il timone (probabilmente a Kevin Warsh, il candidato indicato dalla Casa Bianca), tiene il suo ultimo discorso in un contesto paradossale: i tassi sono fermi, ma la sua eredità sembra già oggetto di dibattito.
Il barile che pesa e il dollaro che scivola
La morsa dell’energia non molla la presa. Ogni dollaro aggiunto al prezzo del Brent – e in queste ore si viaggia sopra quota 111 dollari per i contratti forward – è una pietra in più sullo stomaco dell’economia. La crisi diplomatica tra Stati Uniti e Iran, con lo Stretto di Hormuz che resta una polveriera pronta a esplodere, ha trasformato il mercato petrolifero in un campo minato. C’è chi, come gli analisti di Morgan Stanley, parla ormai apertamente di uno "shock da offerta". Un’eventuale, anche solo parziale, chiusura di quel passaggio obbligato per le petroliere potrebbe lanciare il greggio verso quota 150 dollari, innescando una reazione a catena che renderebbe vano qualsiasi calcolo sulla discesa dei tassi.
Sul fronte dei cambi, questa morsa si traduce in un dollaro fragile. L’euro si attesta sopra quota 1,17, e la debolezza del biglietto verde è una delle poche certezze di questo avvio di settimana. I capitali cercano riparo altrove – l’oro vola a 4.700 dollari l’oncia – mentre il biglietto verde sconta non solo i rischi di recessione, ma anche lo stillicidio di una presidenza Fed in scadenza. La percezione è che la banca centrale, nell’attesa del nuovo corso, abbia perso quella capacità di guida che aveva caratterizzato la lotta all’inflazione post-pandemia.
Il test decisivo per le magnifiche sette
Se la Fed tiene il fiato sospeso, a tenere banco stasera saranno i numeri. Non quelli macroeconomici, almeno non solo, ma i conti trimestrali delle "Magnifiche 7". Dopo la chiusura di Wall Street, Amazon, Meta, Alphabet e Microsoft sveleranno le carte, mentre domani sarà il turno di Apple. È una verifica dei conti che arriva in un momento delicato: il peso di questi colossi sull’indice S&P 500 è schiacciante, oltre il 30% della capitalizzazione, e la narrazione dell’intelligenza artificiale ha spinto le quotazioni lassù in alto. Ora, però, gli investitori vogliono vedere i profitti veri: quanto stanno fruttando quegli investimenti miliardari nei data center?
Se la delusione dovesse arrivare da uno di questi big, il contraccolpo sarebbe sistemico. Già ieri si è registrata una seduta di volatilità, con gli indici azionari in territorio negativo, come una sorta di warn-up prima dell’uragano. L’euforia per l’AI, che aveva sostituito la narrativa dei tagli dei tassi, rischia di trasformarsi in un boomerang se i ricavi non dovessero tenere il passo delle aspettative celesti.
Cripto: il rifugio che non c’è (ancora)
E in mezzo a questa tempesta perfetta, il mondo delle criptovalute balla un valzer malinconico. Bitcoin, che si atteggia spesso a riserva di valore, in queste ore si comporta come un semplice asset di rischio. Dopo la contrazione generalizzata di ieri, il re delle monete digitali prova a rimbalzare timidamente attorno ai 77.400 dollari, ma il supporto critico resta distante, in area 74.000 dollari. Meglio, se così si può dire, ha fatto Ethereum (-0,62% ieri), che pur restando schiacciato sotto le medie mobili prova a difendere la soglia dei 2.260 dollari.
A pesare non è tanto l’annuncio di Powell – ampiamente previsto – quanto l’incognita fiscale dei big del tech. Se Microsoft o Amazon dovessero annunciare un ridimensionamento della spesa in infrastrutture tech, la correlazione con il settore crypto (sempre più legato agli sviluppi della blockchain e dell’AI) si farebbe immediatamente sentire. Il mercato, insomma, è in attesa. Non c’è spazio per l’istinto, solo per la cautela. I trader tengono gli occhi puntati sugli schermi, consapevoli che il "canto del cigno" di Powell potrebbe risuonare a lungo nelle casse di un sistema finanziario sempre più assetato di certezze.




