Stop ai finti artigiani, dal 7 aprile stretta sull’uso delle denominazioni: “si chiude l’era dei furbetti”
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Redazione Economia
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La legge, si sa, spesso arranca dietro l’astuzia di chi la aggira; stavolta, però, il divario si sta colmando con una mossa secca. Dal 7 aprile, chiunque vorrà fregiarsi del titolo di “artigiano” o definirsi “artigianale” dovrà averne i titoli in regola, pena una morsa economica che lascia poco spazio a reinterpretazioni. La nuova normativa, che modifica l’articolo 5 della Legge-quadro 443 del 1985, riserva l’uso esclusivo di quelle denominazioni – lo avrete certamente intuito – alle imprese regolarmente iscritte all’Albo. Nessuna eccezione. Nessun “ma” o “dipende”. E l’arma del controllo, in questo caso, non è affatto spuntata: le sanzioni partono da un minimo di 25mila euro e possono arrivare fino all’1% del fatturato annuo di chi sgarra.
Una battaglia lunga anni, vinta da Confartigianato
Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di un colpo di scena improvviso; dietro la stretta c’è un lavoro di pressing costante portato avanti da Confartigianato, che della tutela del marchio “artigiano” ha fatto una ragione di vita. La modifica normativa – approvata nell’ambito della Legge annuale per le PMI – introduce due nuovi commi, l’ottavo e il nono, i quali sottolineano con chiarezza un principio semplice ma finora troppo spesso calpestato: il riferimento all’artigianato è riservato solo alle attività iscritte all’albo. Il messaggio, insomma, è diretto: chi non lo è, non può parlarne. E chi lo farà, lo pagherà.
Il caso di Roma: gelati e pizza, la metà delle imprese sotto accusa
Per capire la portata del fenomeno, basta spostarsi nella Capitale, dove il caso dei “finti artigiani” è esploso con numeri che lasciano senza fiato. Su 6.500 imprese del settore alimentare – parliamo di panifici, pizzerie, pasticcerie e gelaterie – oltre la metà, ben 3.300, si dichiarano artigiane pur non possedendone i requisiti di legge. In vetrina, magari, espongono la merce come fosse stata lavorata al momento, con quell’alone di genuinità che ammalia il turista di passaggio; nel retrobottega, invece, la realtà è un’altra: prodotti già pronti, acquistati altrove e incellophanati, che aspettano solo di essere scaldati o serviti. Nessuna lavorazione manuale, nessuna perizia diretta. Solo commercio travestito da arte.
Maxi multe e un mercato che cambia volto
La stretta, che scatterà puntualmente il 7 aprile 2026, è stata accolta come una piccola rivoluzione silenziosa. Per anni, il termine “artigianale” è stato usato – lo ammettono persino i più distratti – come un semplice espediente di marketing, un lustrascarpe lessicale per alzare il prezzo di un prodotto senza aggiungere valore reale. Ora, con le sanzioni che arrivano fino all’1% del fatturato e un minimo garantito di 25mila euro, il gioco si fa pericoloso. Troppo, almeno per chi ha costruito la propria attività su fondamenta di fumo. La norma non lascia spazio a interpretazioni: o sei iscritto all’Albo, o taci. E per chi già lo è, si apre finalmente un mercato più pulito, dove la concorrenza sleale – quella dei furbetti di mezza Europa – perde improvvisamente il suo principale vantaggio.




