Stop ai finti artigiani: la legge è in vigore
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Redazione Economia
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C’è una data che segna il confine tra l’ambiguità e la trasparenza per migliaia di imprese e milioni di consumatori, ed è il 7 aprile 2026. Da quel giorno, grazie a una battaglia vinta con determinazione da Confartigianato – sebbene anche la CNA ne abbia caldeggiato l’introduzione – i termini ‘artigianato’ e ‘artigianale’ non possono più essere usati con leggerezza o, peggio, in modo ingannevole. La Legge annuale per le Pmi, in vigore appunto dallo scorso 7 aprile, introduce infatti una stretta senza precedenti sull’uso delle denominazioni. L’utilizzo viene riservato esclusivamente alle imprese iscritte all’Albo degli artigiani, quelle che realizzano direttamente i beni o i servizi così definiti. Lo scopo, come è facile intuire, è mettere fine alla concorrenza sleale praticata dai cosiddetti “furbetti del marketing”, che per anni hanno sfruttato il richiamo qualitativo del termine senza possederne i titoli.
Multe salate fino all’1% del fatturato e il peso dei numeri
Per garantire che la norma non resti lettera morta, il legislatore ha confezionato un regime sanzionatorio che non lascia scampo. Chi verrà sorpreso a spacciare prodotti non artigianali come tali dovrà fare i conti con una multa minima di 25mila euro, che può arrivare a toccare l’1% del fatturato complessivo. Una cifra, quest’ultima, studiata per colpire duramente soprattutto le grandi realtà industriali, quelle che magari hanno costruito intere linee di prodotto sull’equivoco del “fatto a mano”. Non si tratta di una questione meramente lessicale, se si considera il fenomeno dell’abusivismo che attanaglia il settore. Basti pensare che in province come quella di Treviso, le imprese artigiane irregolari toccano quota 8.606, pari al 39,5% del totale, con l’edilizia e il comparto estetica in cima alla lista degli offender. Ecco perché, al netto delle polemiche, l’operazione trasparenza diventa una necessità più che una scelta.
Le preoccupazioni di chi resta fuori e il ruolo dei rappresentanti
Tuttavia, se da un lato le associazioni di categoria plaudono alla stretta – con il presidente della CNA Dario Costantini che parla di “traguardo fondamentale” e il presidente di Confartigianato Marco Granelli che sancisce la “fine dell’era dei furbetti” – dall’altro emergono voci critiche che guardano al quadro generale. Giovanni Barosini, vicesindaco di Alessandria con deleghe all’Artigianato, ha sollevato un punto dolente: normare i controlli va bene, ma forse sarebbe il caso di chiedersi perché tante attività restano ancora fuori dai percorsi formali. La sua è una riflessione che sposta l’attenzione dalla repressione alla prevenzione, interrogandosi sulle barriere (burocratiche, fiscali o culturali) che impediscono a molti operatori onesti ma disorganizzati di entrare nel sistema. Una domanda, questa, che rischia di restare senza risposta immediata, anche se la legge attuale rappresenta comunque un primo, poderoso argine alle storture del mercato.
Dal gelato alla moda: la fine delle etichette fantasiose
La portata della rivoluzione tocca i settori simbolo della manifattura italiana, dall’agroalimentare alla moda. Un gelato non potrà più dirsi artigianale se nasce da una polvere preconfezionata, così come un abito sartoriale non potrà esserlo se cucito da un algoritmo e non dalle mani esperte di un sarto iscritto all’Albo. Per non parlare del comparto edile, dove Confartigianato tuona contro chi definisce “artigianali” impianti fai-da-te realizzati senza i necessari requisiti di sicurezza. La sostanza, insomma, deve prevalere sulla forma: meno etichette creative e più mani che lavorano davvero. Resta da vedere, concludendo questa panoramica, come verranno organizzati i controlli sul territorio, un aspetto che i rappresentanti di CNA e Confartigianato auspicano sia capillare per evitare che il provvedimento, per quanto severo, rimanga inapplicato.




