Il 7 aprile scatta lo stop ai “finti artigiani”: multe fino all’1% del fatturato per chi usa impropriamente il termine artigianale
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Redazione Economia
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La data è stata cerchiata in rosso sui calendari di migliaia di imprese: il prossimo 7 aprile 2026 segna l’ingresso in vigore di una stretta senza precedenti sulla dizione “artigianale” e “artigianato”, termini che d’ora in poi – almeno secondo il dettato legislativo – potranno essere fatti propri esclusivamente da chi risulta iscritto all’Albo delle imprese artigiane. La novità, introdotta dalla nuova Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Legge 34 dell’11 marzo 2026), chiude di fatto una lunga stagione di ambiguità normativa, quella in cui il richiamo all’artigianalità di un prodotto o di un servizio veniva spesso utilizzato come un efficace, quanto opaco, strumento di marketing. A spingere con forza per l’introduzione della norma è stata Confartigianato, che da anni denunciava il proliferare di quelle che in gergo vengono definite “falsi artigiani”, ovvero operatori economici privi dei requisiti di legge ma abili nel cavalcare l’onda lunga della qualità percepita.
La ratio del provvedimento risiede nell’articolo 16 della citata legge, il cui testo non lascia spazio a interpretazioni estensive: nessuna impresa, si legge, può adottare – quale ditta, insegna, marchio o nella promozione dei propri prodotti o servizi – una denominazione che richiami l’artigianato e l’artigianalità, a meno che non sia iscritta all’albo di settore e non produca o realizzi direttamente quanto pubblicizzato. Il divieto si estende anche ai consorzi e alle società consortili che non risultino iscritti nella sezione separata dell’albo stesso. Una svolta che arriva dopo decenni di zona grigia, dove il termine “artigianale” finiva per essere applicato un po’ a tutto, dal settore alimentare a quello della moda, dalla ristorazione all’edilizia, spesso con l’effetto di creare una concorrenza sleale ai danni di chi, invece, i requisiti li possiede e li ha costruiti con anni di lavoro.
Multe pesantissime dal 7 aprile: cosa rischiano i trasgressori
Il cuore della riforma, oltre alla definizione dei confini semantici, è rappresentato dal sistema sanzionatorio che entrerà in vigore contestualmente alla nuova disciplina. Chi verrà sorpreso a utilizzare impropriamente i riferimenti all’artigianato dovrà fare i conti con conseguenze economiche di tutto rispetto: è prevista una sanzione amministrativa che può arrivare fino all’1% del fatturato annuo, con un importo minimo fissato a 25.000 euro per ciascuna infrazione. Una cifra, quest’ultima, studiata per avere un effetto deterrente immediato, specialmente nei confronti di quelle realtà imprenditoriali che fino a ieri utilizzavano l’appeal dell’artigianalità come leva commerciale senza averne Titolo.
La norma, insomma, non si limita a un generico richiamo alla correttezza informativa, ma introduce un meccanismo di controllo che poggia sull’obbligo di iscrizione all’albo come prerequisito ineludibile. In questo senso, il legislatore ha voluto creare una correlazione diretta e inequivocabile tra la natura giuridica dell’impresa e il messaggio che questa veicola verso il consumatore. Per gli uffici camerali e per le associazioni di categoria si apre ora una fase delicata di vigilanza, chiamati a monitorare l’utilizzo della terminologia tutelata in un mercato che, soprattutto in alcune regioni, vede nella produzione artigiana uno dei pilastri dell’economia locale.
In Puglia 78mila imprese nel mirino della svolta voluta da Confartigianato
A livello territoriale, l’impatto della nuova disciplina si farà sentire con particolare intensità in quelle aree dove il tessuto produttivo è storicamente legato alle lavorazioni tradizionali. È il caso della Puglia, dove il comparto artigiano rappresenta una componente di primaria importanza del sistema economico regionale: secondo gli ultimi dati camerali, sono circa 78.000 le imprese registrate presso la Camera di commercio che rientrano nella definizione di artigiane. Una massa critica considerevole, che per anni ha subito la concorrenza di operatori privi dei requisiti ma abili nell’appropriarsi del lessico della qualità.
La stretta, definita da più parti come una “svolta storica”, era stata auspicata da tempo non solo da Confartigianato, ma anche da altre rappresentanze del settore, come confermano le dichiarazioni di Vitulano della Claai – che ha definito la norma come “attesa da anni”. Un’attesa che rifletteva la crescente esasperazione di una base imprenditoriale costretta a confrontarsi con un’offerta concorrente che, utilizzando la medesima terminologia, riusciva a intercettare domanda senza sostenere gli stessi costi strutturali e burocratici imposti agli iscritti all’albo.
Una norma che mette fine all’ambiguità tra promozione e inganno
La nuova disciplina, nel delineare il confine tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è, opera su un principio di chiarezza sostanziale: il richiamo all’artigianalità non può più essere ridotto a mero espediente retorico, ma deve corrispondere a una realtà fattuale verificabile attraverso l’iscrizione all’albo e la produzione diretta dei beni o servizi offerti. Viene così superata quella zona d’ombra in cui l’utilizzo del termine “artigianale” fungeva spesso da specchietto per le allodole per i consumatori, attratti dall’idea di un prodotto unico, realizzato con cura e secondo metodi tradizionali.
Dal punto di vista giudiziario e amministrativo, l’applicazione della norma si tradurrà in controlli mirati, con la possibilità per le autorità preposte di irrogare le sanzioni previste in caso di accertata violazione. Per le imprese, l’avviso è chiaro: entro il 7 aprile sarà necessario verificare la coerenza tra la propria denominazione, le proprie insegne e i propri materiali promozionali con la posizione effettiva nell’albo degli artigiani. Un esercizio di trasparenza, questo, che secondo i promotori della legge rappresenta non solo un atto dovuto nei confronti dei consumatori, ma anche un elemento di tutela per quegli imprenditori che hanno sempre operato nel rispetto delle regole, investendo sulla formazione, sulla qualità e sulla certificazione della propria identità artigiana.




