Gaza, la scelta più difficile per la pace e la verità sepolta nell’indifferenza
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Redazione Esteri
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Mentre i riflettori dei media globali – e con essi l’attenzione dell’opinione pubblica, spesso distratta da altri trending topic come le recenti Olimpiadi Invernali – si sono spostati altrove, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania la macchina della morte non si è mai fermata. Si continua a morire, nonostante il cosiddetto “cessate il fuoco di Trump” entrato in vigore lo scorso ottobre, un accordo che avrebbe dovuto portare alla fine delle ostilità e che invece, nei fatti, si è rivelato una tregua solo sulla carta. Dall’inizio di quella pausa negoziata, che molti speravano potesse rappresentare l’alba di una pace duratura, le autorità sanitarie locali hanno conteggiato oltre seicento palestinesi uccisi -2-9. Solo in una domenica di metà febbraio, ne sono stati aggiunti altri undici a questo bollettino di guerra quotidiano, un numero, quest’ultimo, che aggiorna costantemente una tragedia della quale, a quanto pare, si è persa la cognizione.
Del resto, la tregua non ha significato la fine degli attacchi, e la diplomazia internazionale, lungi dal trovare una soluzione, sembra piuttosto impegnata a ridisegnare i confini del possibile in un’ottica di diritto internazionale quantomeno creativo. Lo dimostra la proposta avanzata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e intenzionato a lasciare il segno anche in Medioriente con la creazione di un Board of Peace, un organismo concepito a sua immagine e somiglianza per sovrintendere alla stabilizzazione e alla ricostruzione della Striscia -5-10. Un’iniziativa, questa, che secondo molti giuristi rappresenterebbe una vera e propria caricatura dei principi fondamentali che regolano i rapporti tra gli Stati, e che proprio nei giorni scorsi ha mosso i primi passi concreti: i membri del consiglio hanno già stanziato più di cinque miliardi di dollari per gli sforzi umanitari, impegnando inoltre migliaia di operatori per una forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe affiancare la polizia locale -5-10.
Il silenzio che avvolge la Cisgiordania e la conta dei morti invisibili
Ma al di là dei proclami e delle stanze dei bottoni, la realtà sul terreno racconta una storia differente, fatta di numeri che continuano a crescere nell’indifferenza generale. Il Ministero della Salute palestinese, le cui cifre un tempo venivano sistematicamente respinte da Israele come inaffidabili, ha aggiornato il bilancio totale delle vittime nella Striscia dall’inizio dell’offensiva, superando ormai le 72.027 unità, con oltre 171.000 feriti -9. Un alto ufficiale dell’esercito israeliano, come riportato dal quotidiano Haaretz, avrebbe recentemente riconosciuto come sostanzialmente attendibile questa stima complessiva, ammettendo di fatto che la propaganda, se così vogliamo chiamarla, non era altro che cruda cronaca -2. Eppure, anche questo numero spaventoso non racconta l’intera verità, poiché non conteggia le migliaia di dispersi sotto le macerie, né i morti cosiddetti “indiretti”: coloro che soccombono a causa del collasso del sistema sanitario, della fame o delle malattie. A tal proposito, i dati diffusi dall’Institute for Palestine Studies parlano chiaro: quarantasei per cento dei farmaci essenziali e sessantasei per cento dei materiali medici di base sono a zero, mentre ottantamila diabetici e centodiecimila ipertesi non hanno accesso alle cure necessarie -4.
E mentre a Gaza si continua a morire anche di freddo, come testimoniato dalla morte di due neonati nelle ultime settimane, in Cisgiordania la situazione non è da meno -3. Le forze israeliane, in un crescendo di operazioni su larga scala, hanno effettuato centinaia di incursioni nei territori occupati, procedendo ad arresti di massa – duecentotrentasette persone solo in una settimana, tra cui undici bambini – e demolizioni di case e infrastrutture civili -3. Coloni armati, spesso sotto la protezione dell’esercito, hanno attaccato comunità beduine costringendo intere famiglie allo sfollamento, sradicato ulivi secolari e profanato luoghi di culto, come nel caso della moschea di Ibrahimi a Hebron, chiusa ai fedeli, o i continui assalti alla spianata della moschea di Al-Aqsa -3.
L’agonia lenta di un popolo e l’attesa della speranza al valico di Rafah
In questo scenario di devastazione, l’attenzione si concentra inevitabilmente sul valico di Rafah, riaperto dopo mesi di chiusura, unico varco verso un mondo che sembra aver dimenticato. Il francescano padre Ibrahim Faltas, da sempre voce autorevole della comunità cristiana di Terra Santa, ha lanciato un appello accorato affinché si faccia entrare ogni tipo di aiuto, perché a Gaza manca letteralmente tutto -6. La riapertura del valico, aveva spiegato il religioso, non solo avrebbe dovuto consentire l’uscita di quei ventimila malati gravi che necessitano di cure impossibili da ricevere nella Striscia – e che aspettano da mesi, con un migliaio di loro deceduti in lista d’attesa – ma avrebbe anche dovuto rappresentare l’ingresso della speranza in una terra martoriata -2-4. Invece, i numeri promessi – cinquanta evacuazioni giornaliere – non sono stati rispettati, e l’ingresso di mezzi umanitari è rimasto fortemente contingentato, trasformando la burocrazia in una sentenza di morte per molti -2-6.
Le parole di padre Faltas, che raccontano di una Terra Santa che non ha mai smesso di soffrire, trovano un drammatico riscontro nei dati diffusi dall’UNICEF: oltre cento bambini sono stati uccisi dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, un numero destinato purtroppo a crescere, e i bombardamenti, sebbene diminuiti di intensità, non sono affatto cessati -8. Si muore sotto i raid aerei, si muore a causa dei residuati bellici inesplosi, si muore perché gli ospedali, quelli ancora parzialmente funzionanti, sono ridotti a centri di raccolta per feriti che aspettano un destino incerto, mentre il novanta per cento della popolazione ha contratto almeno una volta malattie infettive a causa delle condizioni igieniche proibitive -4. La pace, insomma, è un concetto astratto, sepolto dall’indifferenza e dal silenzio di un’agenda mediatica che ha già scelto altri argomenti di cui parlare.




