Torino, lo sgombero di Askatasuna: finisce dopo trent'anni l'occupazione in corso Regina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È all'alba che si compie l'atto finale di una vicenda lunga tre decenni, quando un imponente dispiegamento di forze dell'ordine, trecento unità, circonda l'edificio di corso Regina Margherita 47. L'operazione, che segue un decreto di perquisizione, si trasforma rapidamente in uno sgombero, mettendo fine all'occupazione del centro sociale Askatasuna, iniziata nel lontano 1996. Il quartiere di Vanchiglia, a due passi dal cuore storico della città, assume le sembianze di una zona militarmente controllata, con vie presidiate da mezzi e griglie, mentre gli agenti, con un controllo meticoloso, fermano e identificano chiunque tenti di avvicinarsi all'area, una procedura che sottolinea la delicatezza dell'intervento. Gli scontri, inevitabili, non si fanno attendere, lasciando sul campo un bilancio di dieci poliziotti feriti, a testimonianza della tensione che ha caratterizzato l'intera operazione.

Il punto di non ritorno: l'assalto alla Stampa

La decisione delle autorità di procedere con lo sgombero, dopo settanta giorni di crescente conflittualità, non nasce dal nulla ma trova il suo elemento scatenante in una data precisa, il 28 novembre 2025. Quel giorno, un gruppo di militanti assalta la redazione del quotidiano La Stampa, trovata vuota a causa di uno sciopero del personale, imbrattandone le pareti, gettando letame e mettendo a soqquadro gli uffici. Un gesto, questo, percepito come un salto di qualità nella protesta, una violazione di un limite che ha reso inevitabile una risposta istituzionale chiara e definitiva. Gli episodi di quei due mesi e mezzo, che hanno incluso anche blocchi ferroviari e danneggiamenti ad altri siti, avevano già creato un clima di attesa per un intervento risolutivo, il quale, tuttavia, è arrivato solo dopo l'ultimo, grave episodio.

La posizione del sindaco e il fallimento del dialogo

Ad affrontare le conseguenze politiche della giornata è il primo cittadino, il quale, in una dichiarazione rilasciata mentre la zona era ancora sotto assedio, ha espresso il suo rammarico per l'esito degli eventi. "Sono molto dispiaciuto, ho fatto tutto il possibile. Parlerò quando sarà finita la tempesta", ha affermato, lasciando trapelare l'amarezza per il fallimento di una lunga trattativa che lo aveva visto personalmente esposto. Per mesi, quasi due anni, aveva difeso la scelta del dialogo, una linea che lo aveva messo nella scomoda posizione di ricevere critiche sia dall'opposizione di centrodestra e dalla Regione, sia da settori interni alla sua stessa maggioranza, i quali vedevano con crescente preoccupazione l'escalation di violenza legata al presidio occupato.

Le indagini e il contesto giudiziario

Lo sgombero fisico dell'immobile rappresenta solo un capitolo, sebbene cruciale, della vicenda, la quale si sposta ora sul piano giudiziario e investigativo. Le forze dell'ordine, entrate nell'edificio, hanno proceduto a un'accurata perquisizione, finalizzata a raccogliere elementi utili per le indagini sugli episodi di quei settanta giorni, dagli assalti alle sedi istituzionali agli scontri di piazza. L'obiettivo delle autorità è quello di ricostruire la catena di responsabilità, individuando chi, tra i frequentatori del centro sociale, abbia organizzato o partecipato attivamente alle azioni più violente, quelle che hanno superato il confine della protesta legittima per configurarsi come veri e propri reati. Il percorso, da questo momento in poi, sarà lungo e tecnico, scandito dagli atti della magistratura che dovrà valutare il materiale acquisito.

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