Jessica Moretti, la proprietaria del "Constellation" di Crans-Montana, nega con forza ogni accusa di fuga dopo l’incendio di capodanno, respingendo quelle che definisce «menzogne» costruite dalla stampa.

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «C’est faux, falso. Falso. Falso», ripete con fermezza, parlando in un’intervista, mentre l’inchiesta sulla strage che causò quarantuno vittime e oltre un centinaio di feriti procede senza sosta. Lei e il marito Jacques, entrambi indagati per i reati di omicidio, lesioni e incendio colposo, si trovano a dover fronteggiare non solo il peso del procedimento giudiziario, ma anche l’onda d’urto di una narrazione pubblica che, a loro dire, ha distorto i fatti. «Non sono mai scappata. E non scappo nemmeno ora, perché voglio la verità», afferma, sottolineando come la loro vita sia attualmente scandita dall’alternarsi delle audizioni con le autorità investigative e dalla cura dei due figli piccoli, di cinque anni e dieci mesi. Una quotidianità che, pur nella sua drammaticità, è molto lontana dall’immagine di una fuga col malloppo, versione che lei categorizza come la «più spregevole» tra le molte circolate.

La lettera ai dipendenti e il rifiuto delle accuse

La difesa della propria posizione ha assunto anche la forma di una comunicazione scritta, diretta a coloro che lavoravano nel locale. In una lettera inviata ai dipendenti, i coniugi Moretti hanno voluto smentire un’altra ricostruzione mediatica, secondo la quale avrebbero tentato di addossare le responsabilità della tragedia proprio al personale. Quel testo, oltre a ribadire la falsità delle notizie sulla presunta sottrazione di denaro, mira a ricucire un legame con la loro squadra, in un momento in cui ogni rapporto umano e professionale è stato stravolto dagli eventi. Pur non potendo, per ovvi vincoli processuali, entrare nel merito delle indagini in corso, Jessica Moretti non si sottrae al confronto con il dolore altrui, ammettendo di comprendere la rabbia bruciante che anima le famiglie delle vittime.

Il confronto con il dolore delle vittime

«Abbiamo accettato di essere il volto di quello che è accaduto», dice, riconoscendo come lo sgomento proprio e del marito sia di entità incomparabilmente minore rispetto alla devastazione patita da chi ha perso i propri cari. Questo riconoscimento, tuttavia, non si traduce in un’ammissione di colpa giuridica, ma piuttosto in un atto di umana empatia di fronte a una sofferenza collettiva che ha segnato profondamente la località svizzera. Il suo racconto insiste, pertanto, sulla volontà di collaborare per fare chiarezza, pur nella consapevolezza di essere sotto inchiesta e nel pieno di un iter i cui esiti sono tutt’altro che definiti. La ricerca della verità, che ella invoca a gran voce, appare come l’unico orizzonte possibile, sia per sé che per coloro che chiedono giustizia.

Le domande senza risposta e il peso delle indagini

Rimane, sullo sfondo di tutte le dichiarazioni, l’interrogativo cruciale e ancora senza risposta sulle cause del disastro. «Non so come sia potuto succedere», ammette la stessa Moretti, in una frase che sintetizza il vuoto di comprensione che avvolge la dinamica dell’incendio. Questa ammissione di ignoranza su quanto accaduto quella notte si scontra con la mole di accertamenti tecnici e testimoniali che gli investigatori stanno portando avanti, i quali dovranno stabilire con precisione la catena delle responsabilità. La coppia, che gestiva il locale, è chiamata a rispondere delle imputazioni mentre cerca di preservare una normale routine familiare, in un equilibrio precario tra la vita privata e le esigenze della giustizia, il tutto sotto i riflettori di una cronaca che non concede tregua.

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