Crans-Montana, l’incendio del Constellation e le ombre sulla procura di Sion
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Redazione Interno
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La ricostruzione dei fatti che precedettero la tragedia di Capodanno al Le Constellation di Crans-Montana, dove persero la vita quaranta persone, continua a dipingere un quadro di negligenze e leggerezze. Un residente italiano del medesimo stabile, il cui appartamento si trova al quinto piano, ha fornito un racconto dettagliato delle proteste dei condomini relative alla gestione del locale, sostenendo che una via di fuga, durante la serata dell’incendio, risultava inspiegabilmente chiusa a chiave. La sua testimonianza, che conferma quanto riportato da fonti di stampa svizzere, si sofferma anche sulle iniziative dei proprietari, Jacques Moretti e sua moglie Jessica, i quali, pur di porre rimedio alle lamentele per il rumore, avevano progettato ulteriori lavori di ampliamento e insonorizzazione. Questi interventi, secondo quanto riferito, venivano però eseguiti in modo approssimativo, addirittura senza il supporto di figure tecniche specializzate, nonostante i condomini fossero ormai esasperati dal caos e dalla disorganizzazione.
Le critiche alla procuratrice generale
Mentre Jacques Moretti lascia il carcere dopo aver versato una cauzione di ingente entità, l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni si sposta con forza sul procedimento giudiziario. Al centro delle polemiche vi è ora la figura della procuratrice generale di Sion, Béatrice Pilloud, la cui azione è stata definita da più parti come indecisa e contraddittoria. Le critiche, che provengono anche dall’Italia, mettono in discussione la sua indipendenza, sottolineando presunti legami con esponenti politici e imprenditori del Vallese che potrebbero, in via del tutto ipotetica, essere coinvolti nell’inchiesta. La stessa Pilloud ha respinto con fermezza ogni accusa di condizionamento, dichiarando pubblicamente di non cedere a pressioni esterne, in un clima già surriscaldato dalle dichiarazioni del governo italiano.
La reazione di Roma e la posizione svizzera
La decisione dell’Italia, promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, di richiamare l’ambasciatore a Berna in segno di protesta per la lentezza delle indagini, ha di fatto innescato una crisi diplomatica. Tajani ha parlato esplicitamente di “buchi” nell’inchiesta, posizione che è stata interpretata come un tentativo di interferenza nel sistema giudiziario elvetico. A replicare, in modo netto e privo di ambiguità, è stato il presidente della Confederazione Svizzera, il quale ha ricordato che la magistratura del suo paese gode della stessa autonomia riconosciuta a quella italiana, implicitamente suggerendo che l’utilizzo politico di una tragedia è un’operazione quanto mai discutibile.
Le indagini proseguono tra testimonianze e procedure
Il percorso verso la verità giudiziaria prosegue dunque tra testimonianze dettagliate, come quella del condomino che descrive un ambiente trascurato, e un complicato braccio di ferro istituzionale. Le autorità investigative devono ora vagliare con scrupolo ogni elemento, dallo stato delle uscite di sicurezza alla regolarità dei lavori eseguiti nel locale, senza che pressioni politiche o polemiche internazionali ne offuschino la necessaria imparzialità. I fatti di cronaca nera, per la loro gravità, richiedono un esame approfondito e metodico, l’unico in grado di fare piena luce sulle responsabilità, siano esse di natura penale o semplicemente amministrativa, che hanno portato a una simile sciagura.




