La locomotiva tedesca è ferma, e l'Italia deve preparare un piano B
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Redazione Economia
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C'era una volta la locomotiva d'Europa, un riferimento che pare ormai appartenere al passato. Dopo due anni di recessione, che hanno caratterizzato il 2023 e il 2024, l'economia tedesca non è riuscita neppure nel 2025 a riprendere slancio, rimanendo ancorata al rischio di una stagnazione prolungata e rinviando ogni speranza di inversione di tendenza. Per tre decenni, del resto, un modello di business quasi perfetto aveva garantito prosperità a molti: produrre componentistica di altissima precisione, in luoghi come il Bresciano, per caricarla sui camion e spedirla in Baviera o in Sassania. Guardando ai budget del prossimo anno, tuttavia, quel modello mostra crepe sempre più evidenti e profonde, mentre la crisi che attanaglia i giganti industriali d'Oltralpe, da Volkswagen ai principali fornitori dell'auto, suona come un campanello d'allarme che nessun imprenditore può permettersi di ignorare.
Il disincanto tedesco e il peso dei maxi-fondi
Per riagganciare una fiducia ormai evaporata, sia nella grande che nella piccola industria ma anche fra i cittadini prevalentemente scettici, il governo del cancelliere federale Friedrich Merz ha imboccato una strada tanto ambiziosa quanto incerta. Spingere al massimo la macchina della spesa pubblica, superando la soglia dei 500 miliardi e mettendo da parte l'ossessione per il debito, rappresenta una mossa che alcuni definiscono disperata, soprattutto in un paese che, dopo la caduta del socialdemocratico Olaf Scholz, sperava di tornare ai fasti del 2020, prima che la pandemia e il conflitto in Ucraina ne sconvolgessero gli equilibri. Il piano di Merz, che mira a mobilitare addirittura mille miliardi di euro per investimenti strategici, fatica però a prendere piede, come dimostrano le analisi della Bundesbank, la banca centrale tedesca, la quale delinea un futuro complicato e carico di incertezze.
Le previsioni della Bundesbank e lo scollamento con l'Italia
Le proiezioni dell'istituto centrale di Francoforte sottolineano tre elementi fondamentali e preoccupanti: la crescita, se mai tornerà, sarà estremamente incerta, verrà alimentata da un deficit pubblico in costante aumento e, al contempo, Berlino si troverà a dover compiere una scelta cruciale e politicamente dolorosa tra destinare risorse allo sviluppo o al welfare. Questa situazione di stallo, che alcuni interpretano come l'addio definitivo a un modello economico che non regge più l'urto della storia, non può non riverberarsi sulla sponda italiana dello stesso lago. Le ripercussioni per le imprese del Belpaese, tuttavia, potrebbero essere differenti dal passato: un'analisi condotta da Confindustria evidenzia infatti come la correlazione tra gli andamenti economici di Italia e Germania si sia significativamente attenuata nel periodo successivo alla crisi dei debiti sovrani, ovvero tra il 2014 e il 2019, suggerendo una possibile via di parziale autonomia.
Oltre l'automotive: la necessità di nuovi tracciati
La meccanica di precisione, settore cardine di molti distretti italiani, si trova dunque a un bivio obbligato, costretta a elaborare un "Piano B" da attuare già a partire dal 2026. La ristrutturazione pesante di colossi come Bosch, ZF e Continental, infatti, non è un problema che riguarda solo il comparto automotive, pur essendo questo tra i più esposti, ma finisce per intaccare una filiera estremamente variegata, toccando settori che pagheranno un prezzo altissimo in termini di commesse e volumi. La sfida, per un sistema produttivo che ha fatto della qualità e della relazione privilegiata con la Germania i suoi punti di forza, consiste ora nel diversificare i mercati di sbocco e nell'esplorare nuove tecnologie, senza più poter contare sulla domanda costante della locomotiva europea, la quale, come certificano i fatti, ha ormai perso gran parte della sua spinta propulsiva.




