L'ultimo abbraccio a Ornella Vanoni della sua Milano
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Redazione Interno
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Raccontano i vicini di casa che venerdì notte, poco dopo le 23, è entrata un’ambulanza a sirene spiegate in via Vasto, la piccola strada privata affacciata sul foliage autunnale del parco Sempione. La vita di Ornella Vanoni si era già spenta dietro alle finestre del primo piano di questo palazzo dei primi ‘900, dove l’artista viveva da un decennio, lasciando un vuoto che i milanesi, i suoi milanesi, percepiscono come personale.
L'amicizia con Toquinho e i ricordi di un'epoca
Toquinho, appena tornato a Sao Paulo dopo un concerto trionfale, rievoca con la voce roca dall’emozione le serate trascorse insieme. «A casa con il vino e la chitarra, Ornella era un vulcano», afferma il musicista, ricordando come la loro amicizia affondasse le radici in una meravigliosa stagione musicale, fatta di bossa nova e di quelle melodie che hanno segnato un'epoca. La sua energia, del resto, era contagiosa, una forza della natura che sembrava inesauribile.
L'ironia come cifra stilistica e di vita
Ornella si nasce, si potrebbe dire, perché l’ironia era il suo tratto caratterizzante, la capacità di cogliere al volo il paradosso delle cose. Anche nel racconto delle situazioni più incredibili e drammatiche – gli anni della guerra, la depressione, le battaglie quotidiane – la nota brillante stemperava l’atmosfera, regalando una prospettiva unica. Appena tre settimane fa irrompeva da Fazio a *Che tempo che fa* portandogli in dono una corona di fiori, un gesto provocatorio e lieve per ricordare che l’invito in trasmissione coincideva con la ricorrenza dei defunti. «Ho già pronto l’abito di Dior, crematemi e poi buttatemi dove volete», amava ripetere, dimostrando come la morte non le facesse paura ma anzi, venisse affrontata con la stessa disarmante schiettezza che ha sempre caratterizzato la sua esistenza.
Le radici familiari e la formazione
La famiglia Vanoni era milanese e piuttosto agiata, con il babbo Nino titolare di un’azienda farmaceutica e proprietario di due prestigiosi palazzi Liberty in centro. Uomo molto protettivo verso l'unica figlia ma, come lei stessa avrebbe in seguito rivelato, propenso alla depressione. La mamma Mariuccia, forse per il lungo e sofferto travaglio, non aveva invece molto apprezzato quell’unica figlia nata con folti capelli neri, ma la educò da par suo come dama dell’alta borghesia, un'educazione rigida che forse contribuì a forgiare quel carattere indomito e anticonformista. Un carattere che, unito al genio di Strehler e alla sua creazione di «Ma mi», l’inno del carcerato per una Milano oscura e potente, la portò a diventare un simbolo indiscusso non solo della musica, ma di un intero modo di essere.




