Bce, un dilemma di pazienza tra rialzi energetici e attesa di dati più solidi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il tabellone luminoso di Francoforte, ieri, non ha registrato variazioni. La decisione, attesa e unanime, è stata quella di mantenere i tassi fermi al 2%, ma a scandire il ritmo delle prossime mosse non saranno più solo le consuete proiezioni macroeconomiche, bensì l’altalenanza dei missili in Medio Oriente. Il Consiglio direttivo, riunito per la prima volta dopo gli ultimi sviluppi del conflitto, ha scelto una linea attendista, consapevole che la violenta impennata dei prezzi di petrolio e gas rischia di riaccendere la fiamma inflazionistica proprio mentre l’economia europea tenta di consolidare la propria tenuta. Una cautela dettata dalla consapevolezza, espressa dal governatore della banca finlandese Olli Rehn, che “la pazienza è fondamentale” e che in questo momento, come ha scritto in un post ufficiale, “nessuna decisione è definitiva”.

L’incognita della durata e i rischi di secondo impatto

Il dilemma che attanaglia la Banca centrale europea è infatti legato a una variabile imprevedibile: la durata del conflitto in Medio Oriente. A porre l’accento su questa criticità è stato proprio Rehn, il quale ha sottolineato come le attuali conoscenze siano ancora insufficienti per valutare con certezza gli effetti inflazionistici di lungo periodo, in particolare per quanto riguarda le rotte del trasporto energetico. Il rischio, ha aggiunto, non è solo quello di un semplice aumento del costo del greggio. Uno shock energetico di questa portata, infatti, tende ad aumentare l’incertezza in maniera esponenziale, complicando le dinamiche del commercio internazionale e finendo così per frenare la crescita; ne deriva che gli effetti sull’inflazione non sono affatto univoci o lineari. È in questo quadro di complessità che si inserisce la scelta della prudenza, con l’istituto di Francoforte che ha scelto di non affrettare decisioni che potrebbero rivelarsi premature.

Villeroy: “Né inazione, né sovrareazione”

Se da un lato prevale l’attesa, dall’altro il messaggio dei vertici della Bce è chiaro: non si resterà con le mani in mano. François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia e membro influente del Consiglio direttivo, ha rassicurato i mercati dichiarando che l’Eurotower è pronta ad agire “quando sarà necessario e quanto necessario” per riportare l’inflazione stabilmente verso il target del 2%. Intervenuto ai microfoni del sito francese Boursorama, Villeroy ha voluto tracciare una linea netta tra due atteggiamenti opposti che intende evitare: da un lato “l’inazione”, dall’altro “la sovrareazione” alla volatilità dei prezzi di gas e petrolio. In questa fase, ha spiegato, l’importante è tenere “gli occhi sulla palla e le mani pronte ad agire”, in un contesto in cui il conflitto, secondo le ultime notizie, sembra orientarsi verso una durata più lunga e intensa del previsto.

Il prossimo movimento: l’ipotesi del rialzo

Le dichiarazioni del banchiere centrale francese hanno fornito indicazioni importanti sulle possibili traiettorie future. Sebbene Villeroy abbia invitato a non fare “speculazioni sul calendario”, sostenendo che il prossimo movimento dipenderà esclusivamente dai dati che emergeranno, ha ammesso che l’evoluzione del conflitto “va piuttosto nella direzione” di un possibile inasprimento monetario. In questa ottica, lo scenario di una riduzione dei tassi appare oggi “molto meno probabile”. Una posizione che trova riscontro anche nelle valutazioni di altri membri del consiglio, i quali ritengono che un prolungamento delle ostilità potrebbe rendere necessario discutere di un rialzo già nella riunione di aprile, per eventualmente procedere in quella di giugno. Un’eventualità, quest’ultima, che dipenderà dalla capacità del conflitto di generare pressioni inflazionistiche di secondo impatto, ovvero dalla diffusione del caro energia al resto del paniere dei consumi, un rischio che Villeroy stesso ha indicato come il vero banco di prova da monitorare con attenzione.

Energia, crescita e le nuove stime riviste al ribasso

A complicare ulteriormente lo scenario, ieri, sono arrivate le nuove proiezioni macroeconomiche pubblicate dalla Bce, che fotografano un’economia dell’eurozona sotto pressione. Secondo i calcoli degli esperti, l’inflazione complessiva è attesa al 2,6% nel 2026, un dato rivisto al rialzo rispetto alle precedenti stime proprio a causa dell’incremento dei prezzi energetici legato alla guerra. Parallelamente, le prospettive di crescita sono state tagliate: si prevede ora un Pil in aumento solo dello 0,9% nel corso dell’anno in corso, con una revisione al ribasso che riflette gli effetti negativi del conflitto sui mercati delle materie prime, sui redditi reali e sul clima di fiducia generale. Un quadro che riporta alla luce l’antico spettro della stagflazione, sebbene Villeroy abbia voluto smorzare i toni, sottolineando che gli scenari elaborati dalla Bce, anche quelli più severi, non prevedono al momento una recessione tecnica per l’area euro. L’attenzione, dunque, resta tutta concentrata sulla resilienza dell’economia reale e sulla capacità di assorbire lo shock senza che questo inneschi una spirale prezzi-salari difficile da controllare.

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