Franco svizzero ai massimi storici, il dollaro cede sotto la pressione di Trump e dei deficit
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Redazione Economia
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Il franco svizzero, rifugio per antonomasia, ha toccato un livello senza precedenti nei confronti del dollaro statunitense, che nel tardo pomeriggio è scivolato fino a quota 0,7735, registrando un ulteriore declino dello 0,5% dopo un fine settimana già negativo. Se si considera che soltanto venerdì scorso la divisa americana si attestava stabilmente al di sopra dei 78 centesimi, l’accelerazione del movimento appare evidente, tanto più se inquadrata in un arco temporale più ampio: dall’inizio dell’anno la perdita del biglietto verde si attesta al 2%, mentre su base annua l’arretramento sfiora ormai la soglia significativa del 15%. Una discesa, quella odierna, che sebbene meno violenta rispetto ai picchi di tensione di aprile – quando l’annuncio di dazi generalizzati da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump scosse i listini – conferma una tendenza strutturale di sfiducia.
Il contesto globale e la caduta parallela sull’euro
Il fenomeno non si limita al cross con il franco, ma investe l’intero panorama valutario, come dimostra il cambio euro-dollaro che tratta sotto la quotazione psicologica di 1,19, precisamente a 1,1876, livello che riporta il dollaro sui minimi degli ultimi quattro mesi. Parte di questa debolezza, secondo l’interpretazione diffusa tra gli operatori di mercato, è ascrivibile al contemporaneo e forte apprezzamento dello yen giapponese, il quale potrebbe segnalare un’azione coordinata in preparazione tra Tokyo e Washington per sostenere la valuta nipponica. Tuttavia, le radici del malessere del dollaro affondano in motivazioni più complesse e interne agli Stati Uniti, riconducibili a quella dinamica di “Sell America” che gli analisti imputano alle politiche, sia interne che estere, dell’amministrazione Trump, all’evidente indebolimento delle strutture fiscali del Paese e alla montante pressione sul debito pubblico.
Il dilemma del rifugio e le incertezze sulla Federal Reserve
Si delinea così un paradosso interessante: il dollaro, tradizionale bene rifugio in periodi di turbolenza, sembra oggi essere esso stesso fonte di instabilità, cedendo il passo a valute considerate più solide come il franco e lo yen. A pesare, in un mix letale, sono sia le tensioni geopolitiche sia l’imprevedibilità che caratterizza l’azione di governo, la quale scoraggia gli investitori a lungo termine. A questi elementi si somma un’incertezza istituzionale di primo piano, ovvero il futuro della guida della Federal Reserve: il mandato dell’attuale presidente, Jerome Powell, sottoposto a forti pressioni dall’inquilino della Casa Bianca, è destinato a concludersi in primavera, alimentando il timore di una nomina che potrebbe portare alla guida della banca centrale una figura con un orientamento marcatamente più accomodante.
La forza del franco e le prospettive incerte
Anche il confronto con l’euro testimonia la solidità della moneta elvetica, la quale ha spinto la divisa europea fino a 0,9196 in mattinata, prima di un parziale recupero sopra i 92 centesimi. La convergenza di questi fattori – dalla geopolitica alla politica fiscale, fino alla governance monetaria – crea un terreno fertile per la forza del franco, mentre relega il dollaro in una posizione di apparente fragilità. Il mercato, in definitiva, sembra aver già parzialmente digerito il rischio di un inasprimento tariffario immediato verso l’Europa dopo l’accordo di luglio, ma continua a scontare preoccupazioni più profonde e durature riguardanti la direzione economica e politica degli Stati Uniti.




