La luna sempre più difficile per la Nasa, lacune nella sicurezza
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il programma Artemis, con cui l'agenzia spaziale statunitense intende riportare gli astronauti sulla Luna, si trova ad affrontare una fase critica, messa in luce da un rapporto dell’Ispettorato Generale della Nasa che solleva non poche perplessità. Il documento, diffuso in questi giorni, ha evidenziato quella che viene definita una serie di “lacune” nell’approccio alla sicurezza per le prossime missioni, un aspetto, quest’ultimo, che riporta alla mente le sfide dell’era Apollo. Dalle missioni di oltre cinquant’anni fa, infatti, l’agenzia non ha compiuto progressi significativi nella capacità di salvare gli equipaggi in caso di imprevisti nello spazio o sulla superficie lunare: un “nessun salvataggio possibile” che, per certi versi, rappresenta una costante nell’esplorazione umana dello spazio profondo.
Il nodo dei lander e i rischi per gli equipaggi
Al centro delle preoccupazioni dell’ufficio ispettivo vi sono i sistemi di allunaggio, sviluppati da colossi come SpaceX e Blue Origin, con criticità che spaziano dalla stabilità dei veicoli alla loro operatività in condizioni reali. Per quanto riguarda Starship, il lander di SpaceX, l’allarme riguarda la sua altezza, paragonabile a un edificio di quattordici piani, e il conseguente rischio di ribaltamento durante la fase di discesa su terreni irregolari come quelli del polo sud lunare. A complicare il quadro, la posizione del comparto equipaggio, posto in cima al veicolo, che costringerebbe gli astronauti a utilizzare un ascensore esterno per scendere per circa trentacinque metri fino al suolo; un sistema, quest’ultimo, privo di alternative in caso di guasto, tanto da essere classificato come un rischio di prim’ordine dal programma HLS (Human Landing System).
Non meno rilevanti sono le divergenze tecniche tra l’agenzia e SpaceX riguardo ai controlli manuali. La Nasa richiede che i veicoli destinati al trasporto di esseri umani offrano tale opzione in tutte le fasi del volo, ma l’attuale andamento delle trattative, segnato da un peggioramento delle valutazioni sul rischio, lascia presagire la possibilità che si debba fare affidamento esclusivamente sull’automazione. Un eventuale deroga, simile a quella concessa per le capsule Dragon dirette alla Stazione Spaziale Internazionale, potrebbe rappresentare un passo indietro in termini di sicurezza, considerata l’assenza di un’esperienza pregressa con lo stesso veicolo in versione cargo. Anche per Blue Origin, invece, le decisioni chiave su questo aspetto risultano ancora in sospeso.
Test carenti e piani B inesistenti
Il rapporto critica inoltre la decisione della Nasa di non richiedere per i voli di dimostrazione senza equipaggio la piena conformità al principio del “testa come voli”. I test programmati non includeranno, infatti, componenti essenziali come i sistemi di supporto vitale o, nel caso di SpaceX, l’ascensore; una scelta che, secondo gli ispettori, impedirà di valutare l’impatto di variabili come la polvere lunare o il peso effettivo del veicolo sul consumo di propellente. A tutto ciò si aggiunge la mancata simulazione di un’ascesa completa con rientro e aggancio alla stazione spaziale Gateway o alla capsula Orion, elementi che lascerebbero scoperti interi segmenti del profilo di missione.
Parallelamente, la corsa globale torna a concentrarsi sul nostro satellite con un nuovo potenziale protagonista. Un team internazionale di scienziati guidato da Jun Huang ha pubblicato su Nature Astronomy un’analisi dettagliata della regione equatoriale di Rimae Bode, indicandola come sito prioritario per la prima missione con equipaggio della Cina, prevista entro il 2030. L’area, situata tra il Mare Vaporum e gli altopiani centrali, offre un terreno relativamente pianeggiante e un valore scientifico notevole, grazie alla presenza di depositi di ceneri vulcaniche e di un “trench” lunare che potrebbero fornire informazioni preziose sulla storia geologica e l’evoluzione interna del nostro satellite.
La risposta americana tra rimodulazioni e riparazioni
Mentre Pechino seleziona i suoi obiettivi, Washington rivede i propri piani. L’amministratore della Nasa, Jared Isaacman, ha annunciato un rimpasto significativo del calendario: la missione Artemis II, il primo volo con equipaggio attorno alla Luna, è attesa ora per aprile 2026, dopo che un problema tecnico relativo al flusso di elio sul razzo SLS è stato risolto con la sostituzione di una guarnizione. Più sostanziale la modifica per Artemis III, che non sarà più un allunaggio, bensì una missione in orbita terrestre bassa nel 2027 per testare il docking con i lander; il primo ritorno sulla superficie, di conseguenza, slitta ad Artemis IV, sempre nel 2028. Una riorganizzazione che, come spiegato dallo stesso Isaacman, mira a garantire un ritmo più sostenuto e a recuperare quella “memoria muscolare” che solo lanci frequenti possono assicurare.
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description: Il ritorno sulla Luna della Nasa è segnato da criticità tecniche e lacune nei piani di salvataggio, mentre la Cina seleziona un sito per il proprio sbarco entro il 2030.
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