La Nasa ripara il guasto su Artemis II, ma il programma lunare cambia volto: niente allunaggio nel 2027
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Redazione Scienza e Tecnologia
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I tecnici del Kennedy Space Center hanno individuato e sostituito la guarnizione che nello stadio superiore del razzo SLS bloccava il corretto flusso di elio, quel problema emerso durante l’ultima prova generale di rifornimento e che aveva costretto al rinvio della missione Artemis II. Il veicolo, tornato per qualche settimana nel Vehicle Assembly Building per questo intervento risolutivo oltre che per la sostituzione di alcune batterie di volo e di altri sigilli, dovrebbe fare ritorno sulla piattaforma di lancio 39B entro la fine di marzo. Con il guasto risolto, e in attesa di capire se emergeranno altre criticità durante i prossimi test di integrità, la finestra per il lancio della missione con equipaggio si è ufficialmente aperta per il mese di aprile, anche se una data certa verrà fissata solo nelle prossime settimane.
Un nuovo ruolo per Artemis III, che resterà in orbita terrestre
Proprio mentre i riflettori erano puntati su queste riparazioni dell’ultima ora, dai vertici della Nasa è arrivato un annuncio destinato a cambiare profondamente la strategia dell’intero programma Artemis. La tanto attesa missione Artemis III, che avrebbe dovuto riportare l’uomo sulla superficie lunare nel 2027, non effettuerà alcun allunaggio. Si tratterà invece di una missione in orbita terrestre bassa, una sorta di prova generale avanzata che vedrà il veicolo Orion agganciarsi a uno o a entrambi i lander commerciali forniti da SpaceX e Blue Origin, testando dal vivo i sistemi di attracco, il supporto vitale integrato e le comunicazioni. È un cambiamento di rotta radicale, che sacrifica l’obiettivo immediato di una nuova impronta sulla Luna in favore di un approccio più prudente e, nelle intenzioni dell’amministratore Jared Isaacman, più sostenibile nel lungo periodo.
Standardizzazione e frequenza: il ritorno alle logiche dell’Apollo
La filosofia alla base di questa riorganizzazione, come spiegato dagli stessi funzionari Nasa, affonda le sue radici nel programma Apollo: non si può passare da un volo senza equipaggio a un allunaggio con un salto troppo ampio, ma bisogna costruire le capacità un passo alla volta, aumentando la frequenza dei lanci. Per questo il nuovo piano prevede una standardizzazione del razzo SLS, che per le prime missioni manterrà la configurazione Block 1 invece di passare alla più complessa Block 1B, e l’obiettivo dichiarato è arrivare ad almeno una missione lunare all’anno a partire dal 2028, proprio a partire da Artemis IV che diventa così la prima vera missione di allunaggio. La sensazione, ascoltando le parole di Isaacman, è che si sia voluto spezzare un ritmo giudicato troppo lento e rischioso, per costruire una macchina operativa in grado di garantire una presenza stabile e continua.
Le ragioni industriali e geopolitiche dietro la scelta
Dietro questa decisione, che rimodula le ambizioni lunari americane, si intrecciano diverse motivazioni che vanno oltre la semplice prudenza tecnica. Da un lato pesano i ritardi nello sviluppo della capsula Starship di SpaceX, che fungerà da lander, e le cui complesse operazioni di rifornimento in orbita non sono ancora state dimostrate. Dall’altro, come riferiscono fonti vicine all’agenzia, c’è la necessità di rispondere con maggiore efficacia alla pressione competitiva della Cina, che procede speditamente verso il proprio obiettivo del 2030 per una missione con equipaggio. Non va dimenticato poi il contesto di politica interna: la Nasa ha dovuto affrontare tagli di budget e una riduzione della forza lavoro, e la nuova dirigenza, voluta dall’amministrazione Trump, punta a ricostruire quelle che Isaacman definisce le "competenze chiave" della forza lavoro pubblica, riducendo la dipendenza dai soli appaltatori esterni attraverso iniziative come la "NASA Force".




