Artemis, riparato il guasto all’SLS: lancio per il sorvolo lunare possibile dal primo aprile

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L’attività febbrile degli ingegneri nel Vehicle Assembly Building del Kennedy Space Center, il gigantesco capannone dove i razzi vengono assemblati prima di affrontare il viaggio verso la rampa, ha portato a un risultato concreto: il problema che aveva interrotto il flusso di elio verso lo stadio superiore del lanciatore SLS è stato individuato e risolto. Si trattava, nello specifico, di una guarnizione posizionata all’interno del cosiddetto quick disconnect, quel componente critico che permette il collegamento tra i sistemi a terra e il razzo vero e proprio, e la sua rimozione, come confermato dalla stessa agenzia spaziale statunitense, ha permesso di ripristinare la corretta pressurizzazione dei serbatoi. La finestra di lancio, per la missione Artemis II che riporterà quattro astronauti nelle vicinanze del nostro satellite naturale per la prima volta dopo cinquant’anni, si riaprirà dunque tra il primo e il sei aprile, anche se il ritorno sulla piattaforma, ovviamente, è subordinato al completamento di una serie di verifiche collaterali che i tecnici stanno eseguendo in questi giorni.

Una sosta tecnica per ottimizzare i sistemi

Il rientro al VAB, avvenuto lo scorso venticinque febbraio, non è stato però soltanto un’occasione per rimediare all’inconveniente dell’elio: gli addetti ai lavori ne hanno approfittato per effettuare una manutenzione più approfondita, e questo è un dettaglio che spesso sfugge alle cronache più superficiali. Oltre a risolvere l’anomalia, infatti, si è provveduto a sostituire le batterie dello stadio superiore, quelle del core stage e persino quelle dei due booster laterali; contestualmente, è stata ricaricata la batteria del sistema di aborto del lancio montato sulla capsula Orion, e si è approfittato della sosta per rinfrescare alcuni materiali conservati all’interno del modulo abitabile che, a causa dello slittamento, avevano superato la loro finestra di utilizzo ottimale. Tutti questi interventi, che nulla hanno a che vedere con il guasto principale ma che rientrano nella normale prassi di preparazione al volo, contribuiranno a presentare un veicolo complessivamente più affidabile sulla rampa trentanove B, dove il razzo dovrebbe fare ritorno entro la fine del mese.

La revisione strategica dell’architettura di missione

Mentre i riflettori erano puntati sul maxi-razzo, i vertici della NASA hanno approfittato per comunicare un cambiamento ben più profondo, che va a toccare l’ossatura stessa del programma Artemis e che qualcuno, in sala stampa, ha definito una piccola rivoluzione copernicana. Il numero uno dell’agenzia, Jared Isaacman, ha illustrato una rimodulazione delle missioni future che introduce un passaggio aggiuntivo prima del tanto atteso allunaggio: Artemis III, che inizialmente doveva toccare il suolo lunare, diventerà una missione in orbita terrestre bassa, prevista per il 2027, durante la quale si testeranno le manovre di rendez-vous tra Orion e i lander commerciali di SpaceX e Blue Origin. L’obiettivo, hanno spiegato, è duplice: da un lato si vuole aumentare la cadenza dei lanci – finora ferma a un volo ogni tre anni circa, un ritmo che Isaacman stesso ha definito insostenibile per mantenere alte le competenze e la cosiddetta memoria muscolare dei team – e dall’altro si cerca di ridurre i rischi tecnici, verificando tutti i sistemi di attracco e le procedure prima di tentare l’approdo sul suolo selenitico.

Il nuovo calendario verso il polo sud lunare

Con questa nuova architettura, il primo allunaggio con equipaggio slitta, sulla carta, al 2028, ma sarà compito di Artemis IV e, potenzialmente, della successiva Artemis V, a testimonianza di una strategia che punta a standardizzare i componenti del razzo SLS per renderlo più efficiente e pronto a sostenere una campagna di esplorazione sostenibile. La decisione, presa anche alla luce della pressione esercitata dai piani cinesi che mirano al polo sud lunare entro il 2030, riflette una volontà chiara di procedere con maggiore pragmatismo, imparando dagli intoppi – come quello appena risolto all’ICPS, lo stadio superiore criogenico – e costruendo un percorso a tappe che non lasci nulla al caso. L’amministratore delegato di Blue Origin ha già plaudito alla scelta, e SpaceX ha fatto altrettanto, segno che i contraenti principali sono allineati con questa visione che, di fatto, sacrifica la spettacolarità di un immediato ritorno sulla Luna in nome di una maggior solidità programmatica.

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