Il sorvolo di Artemis II, quel record di distanza e la “Earthset” che riscrive la storia

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L’immagine, a prima vista, somiglia a un déjà-vu. La sottile linea blu del nostro pianeta, quella che i veterani dell’esplorazione spaziale chiamano il “ marmo blu”, fa capolino dietro l’orizzonte grigio e craterizzato della Luna. Eppure, c’è una differenza sostanziale nella fotografia diffusa nei giorni scorsi dalla Nasa: mentre lo scatto storico del 1968 (realizzato dall’equipaggio dell’Apollo 8) ritraeva la Terra che sorgeva, quello appena catturato dai membri dell’equipaggio di Artemis II mostra il nostro pianeta mentre tramonta dietro il suolo lunare, un fenomeno ottico ribattezzato “Earthset” che ha accompagnato il momento di massimo avvicinamento al satellite.

La missione, che sta riportando gli esseri umani in prossimità della Luna a distanza di oltre cinquant’anni dalle ultime camminate del programma Apollo, ha regalato alla cronaca scientifica un’altra serie di primati destinati a rimanere negli annali. L’equipaggio – composto dagli astronauti Nasa Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch (specialista) e dal canadese Jeremy Hansen – ha letteralmente infranto il record di distanza dalla Terra stabilito nel lontano 1970 dai dispersi dell’Apollo 13, superando la soglia dei 406mila chilometri dalla superficie terrestre e spingendosi oltre 6.600 km più lontano di quanto chiunque altro avesse mai fatto prima. A bordo della capsula Orion, ribattezzata “Integrity” dallo stesso equipaggio in onore di un valore fondamentale per la Nasa, i quattro hanno vissuto momenti di intensa attività scientifica durante il flyby, durato diverse ore, che li ha portati a osservare il lato nascosto del satellite con occhi umani per la prima volta nella storia.

L’eclissi totale, la Nutella e le tute arancioni

Tra i fenomeni più suggestivi documentati dai fotografi dello spazio, c’è l’eclissi solare vista dal lato nascosto. Protetti da speciali visori (perché, come ha ricordato Glover, l’occhio umano “non si è evoluto per assistere a certi spettacoli”), i membri dell’equipaggio hanno osservato la Luna oscurare completamente il Sole per quasi 54 minuti, una durata che dalla Terra sarebbe impossibile registrare. Non sono mancati momenti di leggerezza, nonostante la rigidità della cabina di pilotaggio: un video diventato virale in queste ore mostra un vasetto di Nutella fluttuare in assenza di gravità all’interno della capsula, mentre un peluche di nome “Rise” (disegnato da un bambino della California) funge da indicatore di microgravità per le riprese.

In attesa dell’ammaraggio – previsto nelle prime ore di sabato 11 aprile (ora italiana) al largo della costa californiana di San Diego – l’attenzione degli esperti si è concentrata anche sugli aspetti tecnici del volo, come il colore delle tute. L’arancione acceso indossato dai quattro non è una scelta estetica, bensì una questione di sopravvivenza. Denominato “International Orange”, lo stesso colore utilizzato per i ponti di navigazione e le tute dei piloti collaudatori, è stato scelto per la sua altissima visibilità in caso di ammaraggio di emergenza nell’oceano, permettendo ai soccorritori di individuare immediatamente il modulo in mezzo alle onde.

L’analisi geologica e la vita “allo stretto”

Lontani dallo sguardo dei radar terrestri, i quattro hanno condotto una ricognizione dettagliata del suolo selenico. Hanno fotografato il bacino Orientale (spesso definito il “Grand Canyon” della Luna per le sue imponenti dimensioni), osservato le zone di atterraggio delle vecchie missioni Apollo 12 e 14 e persino proposto i nomi per due nuovi crateri, battezzati “Integrity” e “Carroll” in onore della defunta moglie del comandante Wiseman. “È una staffetta”, ha spiegato Koch durante l’ultimo collegamento con i giornalisti, descrivendo la vita a bordo della Orion: un ambiente così angusto che, come hanno ammesso scherzosamente, ogni spostamento per andare a prendere una fotocamera o un pasto diventa una “attività a quattro” fatta di “non muovere un piede che devo allungare una mano”.

Il rientro, che avverrà a bordo di una capsula progettata per resistere a temperature di circa 1.650 gradi Celsius durante l’attrito atmosferico, vedrà la nave recuperata da una flottiglia della Marina americana guidata dalla USS John P. Murtha. Dopo dieci giorni passati a guardare la Terra da lontano, gli occhi del mondo (e quelli della stampa) sono ora puntati su quella sottile linea blu che, nelle foto dell’“Earthset”, sembra quasi posarsi delicatamente sulla spalla silenziosa della Luna.

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