Artemis 2, la prima donna verso la Luna: storia di Christina Koch e il ritorno dell’uomo oltre l’orbita terrestre
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Sono le ultime ore di attesa, quelle in cui il silenzio della piattaforma 39B si carica di una tensione palpabile, eppure quasi rituale, che precede ogni grande impresa umana. Da Cape Canaveral, dove il razzo Space Launch System (SLS) si staglia contro il cielo della Florida, si attende il momento esatto in cui quattro esseri umani – una scelta che della pluralità ha fatto il suo manifesto – riprenderanno un viaggio interrotto nel lontano dicembre del 1972. Allora fu l’Apollo 17 a sigillare un’era; stanotte, con il rifornimento già in corso di idrogeno e ossigeno liquidi a temperature criogeniche (meno 153 e meno 173 gradi), si scrive il primo capitolo del programma Artemis, un ritorno che non è solo tecnico ma anche, e forse soprattutto, culturale. A rappresentare questo spartiacque c’è Christina Hammock Koch, fisico e ingegnere, che a 47 anni si appresta a diventare la prima donna a volare verso la Luna, infrangendo un ultimo soffitto di cristallo in una storia che, da sempre, era stata appannaggio esclusivamente maschile.
Un equipaggio per l’umanità: il peso simbolico di una scelta
Quando nel 2023 l’amministratore della Nasa Bill Nelson presentò i nomi dei quattro astronauti, lo fece con una consapevolezza che andava ben oltre la semplice designazione operativa. L’equipaggio di Artemis 2 – composto da Reid Wiseman al comando, Victor Glover al pilotaggio, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen – rappresentava, nelle sue intenzioni, quella sintesi di talento e diversità che l’agenzia aveva promesso di perseguire. Wiseman, veterano con 165 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale, guida una missione che manda per la prima volta una donna e una persona di colore (Glover) così lontano dalla Terra. Glover, che nel 2020 aveva già pilotato la Crew Dragon di SpaceX, diventa così il primo afroamericano a raggiungere le vicinanze lunari, mentre Hansen, per il Canada, è il primo non statunitense a spingersi oltre l’orbita terrestre bassa. Non si tratta di un esperimento sociologico, ma di un dato strutturale: la Nasa, tenendo fede al credo E pluribus unum, ha selezionato questi professionisti per la loro preparazione, e il fatto che Koch o Glover rappresentino primati in termini di genere e colore della pelle è, per usare le parole degli stessi interessati, una conseguenza naturale di una scelta basata sull’eccellenza, non il fine ultimo.
Il conto alla rovescia e i numeri di una missione da record
Le operazioni di rifornimento del razzo, che con la navicella Orion in vetta raggiunge i 98 metri, sono iniziate da diverse ore con una sequenza precisa: prima il cosiddetto chilldown, il raffreddamento graduale delle linee di trasferimento per evitare shock termici ai motori, poi il caricamento vero e proprio del propellente. Il lancio è fissato per le 18,24 ora locale di Merrit Island, le 0,24 in Italia già del 2 aprile, con una finestra di opportunità che si estende fino al 6 aprile in caso di condizioni meteo avverse. E di nuvole, a causare qualche preoccupazione, ce ne sono, ma gli ufficiali della base parlano di una probabilità di successo dell’80%, con un vento leggero che potrebbe disperdere i cumuli più minacciosi. La missione, della durata di circa dieci giorni, non prevede un allunaggio. L’obiettivo è verificare i sistemi di supporto vitale e la manovrabilità di Orion, portandosi a oltre 400mila chilometri dalla Terra, superando il record di distanza stabilito dall’equipaggio dell’Apollo 13 nel 1970. La capsula, dopo aver aggirato la Luna, sfrutterà la gravità del satellite per fiondarsi verso il rientro, testando uno scudo termico che, nel volo senza equipaggio del 2022, aveva mostrato segni di usura, un rischio calcolato che gli astronauti hanno imparato a gestire in anni di addestramento.
I mercanti dello spazio e la nuova corsa alle risorse
C’è qualcosa di vagamente nostalgico nel nome scelto da Washington per questo programma di ritorno: Artemide, la dea della caccia. Ma le prede, questa volta, non sono solo gloria o primati tecnologici come negli anni ruggenti della Guerra Fredda. Si chiamano elio-3, ghiaccio d’acqua, terre rare: più banalmente, risorse. La motivazione che muove il colosso SLS e la capsula Orion è infatti anche economica. L’amministrazione Trump, che ha ereditato questo progetto, spinge per un’accelerazione significativa, con l’obiettivo dichiarato di mettere piede sulla Luna entro la fine del suo mandato nel 2029. In mezzo, ci sono i giganti del settore privato: Elon Musk con il suo Starship e Jeff Bezos con Blue Origin, rivali in una gara multimilionaria per costruire i lander che permetteranno il trasferimento dalla capsula Orion al suolo lunare. L’obiettivo finale, quello che fa da sfondo al volo di stanotte, è la creazione di una base stabile al polo sud lunare, un avamposto per future missioni su Marte, il vero orizzonte del programma. Sebbene l’allunaggio vero e proprio sia stato rinviato con la riprogrammazione delle missioni Artemis III e IV, il volo di Koch, Glover, Wiseman e Hansen rappresenta il primo, decisivo passo verso una presenza umana permanente fuori dall’orbita terrestre.
L’addestramento e la vita prima del volo: isolamento e consapevolezza
Negli ultimi giorni, l’equipaggio ha vissuto una routine sospesa, a metà tra la preparazione tecnica e il distacco. Usciti dalla quarantena iniziata il 18 marzo, i quattro hanno trascorso il fine settimana in una struttura sulla spiaggia del Kennedy Space Center, un momento di normalità prima della chiusura definitiva nelle operazioni di lancio. Christina Koch, che detiene il record per la permanenza continua più lunga nello spazio per una donna (328 giorni), ha raccontato come l’addestramento sia stato talmente intenso da costringerla a mangiare spesso in ascensore. Il comandante Wiseman, dal canto suo, ha voluto essere onesto con i propri figli: “L’esito più probabile, come penso, è che andrà tutto bene e ce la faremo a tornare, ma non l’unico: dobbiamo prepararci anche a questo”. Un’ammissione di fragilità che non è paura, ma lucida consapevolezza di chi si accinge a sedersi su 98 metri di esplosivo controllato. Glover, il pilota, ha invece raccontato di cercare di non lasciarsi sopraffare dall’emozione perché, nelle operazioni, quella potrebbe diventare “una distrazione pericolosa”. A bordo con loro ci sarà Rise, un peluche concepito per ricordare *Earthrise*, la celebre foto della Terra vista dagli astronauti dell’Apollo 8. Un piccolo totem, un filo rosso che lega l’esplorazione del passato a quella, appena iniziata, del futuro.




