Papilloma virus, un'ombra sulla prevenzione: troppe donne non vaccinate e screening incompleti
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Redazione Salute
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Nonostante una conoscenza ormai diffusa del Papilloma Virus Umano, la prevenzione attiva in Italia mostra, a ben guardare, numerose crepe. Lo ha messo in luce un sondaggio condotto a fine 2025, il quale, pur evidenziando una certa consapevolezza generale, rivela dati allarmanti su vaccinazioni e controlli. Dall’indagine, che ha coinvolto milleduecento donne, emerge infatti che quasi sette intervistate su dieci non sono vaccinate, mentre soltanto la metà di loro ha effettuato almeno una volta l’HPV test, l’esame più specifico per rilevare la presenza del virus. Un quadro, questo, che si scontra con le evidenze scientifiche più solide: il tumore della cervice uterina, come sottolineano gli specialisti, è l’unico tumore ginecologico che oggi può essere prevenuto e quasi del tutto eliminato, agendo proprio sulla sua causa principale, l’infezione da HPV.
La falsa sicurezza del Pap test
Un dato preoccupante, tra quelli raccolti, riguarda la persistenza di una convinzione errata in molte donne adulte, le quali considerano il Pap test uno strumento di per sé sufficiente per la prevenzione. Il ginecologo, commentando i risultati, ha posto l’accento su questa sottovalutazione, spesso legata a una scarsa informazione: «Le donne tendono talvolta a sottovalutare l’HPV perché non sanno che la maggioranza dei maschi è portatore di uno o più ceppi. Il Pap test? Non sempre basta», ha spiegato, ricordando come l’esame citologico osservi le alterazioni cellulari provocate dal virus, mentre il test HPV ne identifica direttamente la presenza, rappresentando quindi uno strumento di screening più efficace e preciso. Questa confusione, unita alla bassa adesione alla vaccinazione, crea un pericoloso vuoto protettivo in una fascia significativa della popolazione.
Lo scetticismo dei genitori e gli obiettivi mancati
La criticità principale, tuttavia, risiede nella plateale difficoltà a raggiungere le coperture vaccinali auspicate. Gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità hanno recentemente ribadito che il vaccino anti-HPV potrebbe prevenire quasi tremila decessi ogni anno nel nostro paese, un dato che stride fortemente con le resistenze incontrate. “Sette genitori su dieci credono che questa forma di prevenzione non sia utile, e per otto su dieci l’Hpv non è una malattia grave”, hanno denunciato, delineando un panorama di scetticismo che frena la campagna di immunizzazione. Una percezione distorta, questa, che ha condotto a una situazione dove appena la metà dei ragazzi e delle ragazze nella fascia target risulta protetta, lasciando l’Italia purtroppo ancora lontana dall’obiettivo del 95% di copertura per gli undicenni e le undicenni entro il 2030, come ha sottolineato il presidente dell’ISS, Rocco Bellantone, il quale ha anche evidenziato le ampie differenze che persistono tra una regione e l’altra.
L'esempio oltreoceano e la sfida della divulgazione
La potenzialità dello strumento vaccinale, d’altronde, è dimostrata in modo incontrovertibile da esperienze internazionali, come quella statunitense, dove una campagna robusta e capillare ha permesso di registrare un calo della mortalità per carcinoma della cervice uterina del 62% in circa trent’anni. Un risultato eclatante, che mostra la direzione da percorrere. La sfida, dunque, appare oggi soprattutto culturale e informativa, richiedendo un impegno costante nella divulgazione scientifica per scardinare preconcetti e paure infondate, spiegando in modo chiaro come la combinazione vincente di vaccinazione in età precoce e screening regolari in età adulta rappresenti l’unica via praticabile per ridurre drasticamente, fino a prospettarne l’eliminazione, il peso di una patologia oncologica tuttora insidiosa.




