«Boom di ricoveri per il virus sinciziale a Torino: oltre novanta bambini, tre sono in terapia intensiva»
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Redazione Salute
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L’allarme, e del resto sarebbe più appropriato definirlo un aggiornamento clinico dettato dall’evidenza dei reparti, è stato rilanciato nelle scorse ore dal professor Matteo Bassetti, direttore delle Malattie infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova: in Piemonte, e con un focus particolare sulla città di Torino, la circolazione del Virus Respiratorio Sinciziale, noto con l’acronimo VRS, ha raggiunto livelli tali da saturare di fatto i reparti di pediatria, con l’ospedale infantile Regina Margherita trasformato in un osservatorio privilegiato, e purtroppo affollato, della stagione epidemica in corso. Novantuno, per la precisione, i piccoli ricoverati per insufficienza respiratoria acuta, e di questi tre neonati – perché di neonati si tratta, spesso nei primi tre mesi di vita – hanno richiesto il supporto della terapia intensiva.
A rendere il quadro particolarmente significativo, dal punto di vista epidemiologico, è la natura stessa del patogeno. Il Virus Respiratorio Sinciziale, spiegano le schede tecniche delle autorità sanitarie e come ribadito dallo stesso infettivologo, non rappresenta una novità assoluta: lo scorso anno aveva già fatto registrare un’impennata dei contagi, e l’impressione, ora, è che quella tendenza non solo non si sia arrestata ma si stia riproponendo con intensità analoga se non superiore -2-8. Negli adulti, e il dato è utile per comprendere lo scarto generazionale della patologia, il VRS si presenta per lo più come un banale raffreddore, talvolta nemmeno diagnosticato; nei lattanti, invece, e specialmente in quelli sotto i sei mesi, il virus tende a scivolare dalle alte vie respiratorie fino ai bronchioli, quei rami sottili dell’albero polmonare che nei neonati hanno un calibro minimo. L’infiammazione, il conseguente edema e l’ipersecrezione mucosa finiscono per ostruire il passaggio dell’aria, e la bronchiolite – questa la diagnosi – diviene una condizione acuta che può rapidamente scompensare il respiro -3-6.
Tra i fattori che gli epidemiologi regionali stanno incrociando in queste ore, e che emergono indirettamente dalle parole di Bassetti, vi è la copertura immunitaria mancata. Una quota consistente dei bambini attualmente ricoverati, infatti, non aveva ricevuto la profilassi con l’anti monoclonale, il nirsevimab, che la Regione Piemonte – tra le prime in Italia – aveva invece introdotto già nella stagione 2024-2025 con risultati definiti dall’assessore alla Sanità Federico Riboldi come «ottimi» in termini di riduzione degli accessi in Pronto Soccorso e dei ricoveri -1-4-10. La campagna per il periodo 2025-2026, forte di trentamila dosi acquistate, era partita regolarmente lo scorso ottobre, con somministrazioni garantite nei punti nascita per i nati tra ottobre e marzo e attraverso i pediatri di libera scelta per i nati nei mesi precedenti -4-7. Eppure, il numero di piccoli che arrivano in ospedale senza quella protezione, e che sviluppano forme gravi di insufficienza respiratoria, suggerisce che la copertura sul territorio non sia stata capillare quanto auspicato o che, più semplicemente, la finestra di contagio si sia allargata.
Il peso della stagionalità e la fragilità dei neonati non immunizzati
Gennaio e febbraio rappresentano storicamente i mesi di picco per le infezioni da VRS, e la concomitanza con l’influenza A, l’influenza B, il metapneumovirus e una circolazione massiccia di batteri come lo pneumococco non fa che complicare il quadro diagnostico e la gestione dei posti letto -2-6. A Torino, al Regina Margherita, si contano quarantatré bambini ospedalizzati solo in quella struttura, il che significa che il resto dei ricoveri è distribuito negli altri presidi della regione, a dimostrazione di una pressione omogenea e non circoscritta al capoluogo. Il meccanismo fisiopatologico è noto e purtroppo ricorrente: il bambino inizia con una rinorrea modesta, qualche starnuto, talvolta un lieve rialzo febbrile, e i genitori tendono a gestire la sintomatologia a domicilio. Ma nel giro di quarantotto, settantadue ore, la tosse diventa insistente, il respiro si fa frequente e superficiale, compaiono i rientramenti intercostali e la saturazione dell’ossigeno cala. È a quel punto, e spesso solo a quel punto, che si varca la soglia del Pronto Soccorso, e il ricovero diventa inevitabile -3-6.
La risposta ospedaliera e l’assenza di terapie risolutive
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, e a dispetto della diffusione domestica di aerosol e broncodilatatori, la bronchiolite da VRS non dispone di una terapia farmacologica specifica in grado di abbreviarne il decorso. Le linee guida internazionali, comprese quelle dell’American Academy of Pediatrics, sconsigliano l’uso routinario del salbutamolo o dei corticosteroidi, i quali non agiscono sull’edema della mucosa né sulla produzione di muco, che rappresentano i veri ostacoli meccanici alla ventilazione -6. L’unico trattamento efficace, nei casi moderati e gravi, rimane il supporto: ossigeno, idratazione, aspirazione delle secrezioni e, quando il quadro si aggrava, la ventilazione assistita in terapia intensiva. È una medicina che potremmo definire di attesa e osservazione, in cui il tempo di replicazione virale deve esaurirsi naturalmente, e questo spiega perché la prevenzione attraverso l’anti monoclonale assuma un valore persino superiore a quello di un vaccino tradizionale. Il nirsevimab, somministrato in dose unica intramuscolare, non stimola una risposta immunitaria attiva ma fornisce una copertura passiva immediata, della durata stimata di almeno cinque mesi, capace di abbattere fino al novanta per cento il rischio di ricovero -3-9.
L’allarme di Bassetti e il silenzio dei numeri ufficiali
Bassetti, nel suo intervento, ha voluto sottolineare un paradosso che chi lavora nei reparti di malattie infettive e pediatria conosce bene: i bollettini ufficiali, quelli che raccolgono i dati dei medici sentinella, fotografano una realtà parziale, perché moltissime famiglie, specialmente in caso di sintomatologia lieve nei bambini più grandi o negli adulti, non contattano il curante e non rientrano quindi in alcuna rilevazione statistica -5. I numeri reali della circolazione virale, dunque, sono quasi certamente superiori a quelli certificati, e ciò che si vede negli ospedali – i novanta bambini piemontesi, i tre in rianimazione – rappresenta soltanto la punta più visibile e più grave di un’onda infettiva molto più ampia. L’infettivologo genovese ha inoltre ricordato come la situazione italiana non sia affatto isolata: gli Stati Uniti, con il ritorno di Donald Trump alla presidenza, stanno attraversando una delle stagioni influenzali più pesanti degli ultimi venticinque anni, e il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta ha registrato livelli di visite per sintomi respiratori mai così alti dalla fine degli anni Novanta -8.




