Piersanti Mattarella, l'omicidio che 46 anni fa insanguinò Palermo
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Redazione Interno
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Era la mattina del 6 gennaio, quarantasei anni fa, quando la città di Palermo, ancora intorpidita dalle festività, venne svegliata da colpi di pistola. Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, venne assassinato mentre, insieme alla sua famiglia, si apprestava a raggiungere la chiesa per la messa. Un agguato freddo e pianificato, consumatosi in via della Libertà, che privò non solo una famiglia di un congiunto ma l'intera società siciliana, già provata da una spirale di violenza, di una figura politica riformatrice e coraggiosa. L'omicidio, che appartiene alla lunga scia di sangue mafioso degli anni di piombo e non solo, ha lasciato un solco profondo nella storia dell'isola, un episodio attorno al quale, nonostante il tempo trascorso, continuano a ruotare domande irrisolte e zone d'ombra che le procure siciliane non hanno mai smesso di esplorare.
Le celebrazioni e l'eredità politica
Nel quarantaseiesimo anniversario della sua morte, la commemorazione a Palermo si è svolta con una cerimonia solenne proprio nel luogo dell'agguato, ricordando l'esempio di un uomo delle istituzioni la cui eredità viene oggi indicata come un faro. Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, nel deporre una corona d'alloro, ha sottolineato come Mattarella rappresenti tuttora un punto di riferimento imprescindibile per chiunque creda nella buona politica e nel riscatto morale di un territorio. Dichiarazioni, le sue, che echeggiano le parole della premier Giorgia Meloni, la quale, in una nota separata, ha definito l'assassinato presidente regionale un esempio luminoso per tutti coloro che servono lo Stato e le sue istituzioni. Un riconoscimento trasversale che unisce diverse sensibilità politiche nel nome di una memoria condivisa, seppure nutrita da un dolore che non si è spento.
Il nodo irrisolto dei depistaggi e la figura di Contrada
Se le parole ufficiali tessono il ricordo pubblico, l'inchiesta giudiziaria ha continuato a muoversi, seppure a fatica, lungo sentieri più intricati e oscuri. Il nome di Bruno Contrada, ex super poliziotto palermitano divenuto in seguito dirigente dei servizi segreti, rimane uno di quelli che ricorrono con insistenza nelle indagini, un vero e proprio "uomo dei misteri" secondo le procure. La sua figura è riemersa con forza solo due mesi fa, citata in un procedimento della procura guidata da Maurizio de Lucia che investiga sui suoi rapporti con altri personaggi legati a quegli anni bui. Questo collegamento evidenzia come, dall'omicidio Mattarella fino alla strage di via D'Amelio del 1992, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, i fili da dipanare siano molti e spesso intrecciati tra loro, in una trama fatta di depistaggi e possibili collusioni che la giustizia fatica ancora a districare completamente.
La riflessione sulla scorta e il ricordo di Libera
Un altro aspetto che l'anniversario riporta alla luce è la scelta, tanto semplice quanto emblematica, compiuta da Piersanti Mattarella in quel tragico giorno. Come ha ricordato in una nota il coordinamento provinciale di Benevento dell'associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti, il presidente regionale volle che gli agenti di scorta potessero trascorrere il giorno dell'Epifania con le loro famiglie, rimanendo quindi senza protezione. Una decisione che viene messa in netto contrasto, nella riflessione dell'associazione, con certi atteggiamenti successivi di altri esponenti pubblici i quali, talvolta con un certo provincialismo, hanno considerato la scorta più come un simbolo di status o una comodità che come una misura necessaria e spesso ingombrante. Quel gesto di normalità e umanità, pur nella sua tragicità, delinea ulteriormente il profilo di un uomo che, pur consapevole dei rischi del suo impegno, non volle mai rinunciare a vivere da uomo libero, pagando il prezzo più alto per questa sua coerenza.




