L’omicidio di Piersanti Mattarella e il magma che non si è mai spento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Quarantasei anni dopo, mentre il ricordo viene rinnovato con parole che ne esaltano l’esempio e l’integrità, l’uccisione di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, continua a sollevare interrogativi che la giustizia non ha mai del tutto risolto. Quel 6 gennaio 1980 a Palermo non si consumò solo un assassinio politico, ma un evento che, secondo le ricostruzioni più recenti, appare come il punto di collisione di forze diverse e sinistramente intrecciate: la mafia, i killer neofascisti, e quegli apparati deviati dello Stato impastati dalla loggia massonica P2. Un’indagine storica, come quella condotta con certosina precisione da Miguel Gotor, non si limita a ripercorrere i fatti, ma costringe a rimettere in discussione verità giudiziarie consolidate, perfino quelle passate in giudicato, aprendo squarci su un periodo – tra il 1979 e il 1980, dal delitto Moro in poi – di oscura strategia della tensione.

Il libro che riapre i cassetti della storia

Il saggio storico di Gotor, infatti, non è un mero esercizio di memoria, bensì un'operazione necessaria che illumina i retroscena di quegli anni convulsi, collegando eventi solo in apparenza distanti. La ricerca affronta, tra gli altri nodi cruciali, l’abbattimento del DC9 Itavia nei cieli di Ustica, il ruolo della Nato nella creazione di strutture paramilitari anticomuniste, e i legami internazionali dei gruppi neofascisti che poi si resero responsabili della strage di Bologna. È in questo contesto, fatto di depistaggi e di ombre lunghe, che viene riesaminata l’esclusione di responsabilità per i neofascisti Fioravanti e Cavallini nella morte di Mattarella, una sentenza definitiva che il lavoro di scavo documentale pone oggi sotto una luce nuova e inquietante.

La figura chiave di Bruno Contrada

Proprio nei meandri di quei depistaggi, come un filo rosso che dall’omicidio Mattarella giunge fino alla strage di via D’Amelio, si staglia la figura di Bruno Contrada. Il super poliziotto palermitano, poi asceso ai vertici dei servizi segreti, rappresenta da decenni un enigma per le procure siciliane, le quali non hanno mai interrotto le indagini sul suo conto. La sua recente citazione in un procedimento per i rapporti con un ex funzionario non fa che confermare come il suo ruolo, o quanto meno la sua conoscenza di dinamiche non ancora del tutto chiarite, sia considerato centrale per comprendere la regia occulta che potrebbe aver orchestrato, o coperto, alcuni dei delitti più efferati della storia italiana.

Una memoria che interroga il presente

La persistenza di queste domande trova conferma nel rinnovato interesse dell’opinione pubblica, stimolato da opere come il docufilm “Magma. Mattarella, il delitto perfetto”. Presentazioni e dibattiti, come quello tenutosi a inizio gennaio, trasformano la commemorazione in un confronto vivo con le pagine più buie della nostra Repubblica, dimostrando che alcune storie, pur radicate nel passato, non smettono di bruciare e di mettere a disagio le coscienze. Non si tratta di rivangare, ma di riconoscere che la qualità di una democrazia si misura anche dalla sua capacità di fare luce, senza sconti e senza reticenze, sulle verità più scomode e sui poteri che hanno tentato di minarla dall’interno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.