Stellantis, il baratro di Cassino: 18 giorni lavorati in 4 mesi e solo altre due settimane fino a luglio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sono diciotto, per la precisione, i giorni in cui i cancelli dello stabilimento Stellantis di Piedimonte San Germano, nel Frusinate, si sono aperti per far entrare i suoi 2.100 operai da gennaio a oggi. Una miseria, se si considera che aprile, mese tradizionalmente segnato dalle ripartenze dopo la pausa pasquale, passerà alla storia – per chi quelle linee di montaggio le presidia da decenni – come un deserto quasi totale: l’unica attività è concentrata negli ultimi due giorni, il 29 e il 30, prima dell’immancabile stop del Primo Maggio. Che non avrà, per questi lavoratori, il sapore amaro di una festa, bensì quello consueto di un ennesimo giorno di cassa integrazione, vissuto sull’orlo di un baratro che non smette di allargarsi.

La fabbrica fantasma e le voci mai sopite sul futuro

L’assemblea degli operai, che da settimane non varca i tornelli del reparto montaggio, ascolta e riascolta le stesse, identiche parole: niente ordini, niente volumi, niente certezze. L’intero mese di aprile, in tal senso, ha rappresentato una sorta di macroscopico indicatore della crisi che attanaglia il colosso italo-francese, con i dipendenti che si sono visti costretti a consumare le loro giornate fuori dalla fabbrica, aspettando – senza troppa convinzione – una risposta sul loro futuro. E mentre i ritmi produttivi rallentano fino ad azzerarsi, tornano insistenti quelle voci che nessuno, ai piani alti di Stellantis, ha mai formalmente smentito: la possibilità, cioè, di una cessione degli spazi a un costruttore cinese o, nella variante più drastica, la vendita dell’intero polo a un gruppo asiatico. Opzioni che gettano un’ombra sinistra su uno dei siti strategici del Lazio meridionale.

Il fronte istituzionale si muove, ma senza scostare l’incertezza

A rincarare la dose, arriva un nuovo fermo produttivo già calendarizzato: lunedì 27 e martedì 28 aprile, le linee di montaggio resteranno spente. Un’ulteriore batosta che ha spinto il sindaco di Piedimonte San Germano, Gioacchino Ferdinandi, a ribadire l’urgenza di un confronto istituzionale che vada oltre le dichiarazioni di circostanza. Il tavolo sull’automotive, convocato dalla Regione Lazio, conferma che l’attenzione su Cassino resta altissima – non fosse altro per l’indotto che vi ruota attorno – ma i risultati concreti, allo stato, latitano. I sindacati, da parte loro, registrano con amarezza che dopo quattro mesi di sofferenza, l’unica data certa per i lavoratori sia il 29 aprile, quasi un’elemosina produttiva prima del lungo ponte del primo maggio.

La crisi si allarga e altre regioni chiedono misure straordinarie

Non è, quella di Cassino, una vicenda isolata. Per capire la portata del fenomeno basta allargare lo sguardo alla Basilicata, dove la regione – in stretta sintonia con gli altri territori che ospitano i principali poli dell’automotive nazionale – ha chiesto al Mimit un intervento d’urgenza. Sul tavolo, misure che ricalcano l’esperienza della pandemia: moratorie sui prestiti, potenziamento degli ammortizzatori sociali e, soprattutto, un ripensamento strutturale delle delocalizzazioni, con la richiesta che le aziende ricollochino nel Paese d’origine quelle produzioni o quelle attività di fornitura che in passato sono state spostate all’estero. A completare il quadro, politiche energetiche favorevoli e un programma serio di riconversione delle competenze, perché gli operai specializzati di oggi non possono diventare, da un giorno all’altro, figure professionali completamente diverse senza una formazione adeguata. Per i 2.100 dipendenti di Cassino, però, queste sono parole che arrivano da lontano, mentre loro contano i giorni lavorati sulle dita di due mani.

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