Il doppio volto del primario Palumbo: dalle mazzette per i pazienti alle finte consulenze
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Redazione Interno
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Si muoveva tra i corridoi del Sant'Eugenio con l'aria di chi comanda un piccolo impero, Roberto Palumbo, primario dell'Unità operativa complessa di nefrologia e dialisi, un uomo la cui professionalità medica, riconosciuta e capace di raggiungere obiettivi sanitari rilevanti, celava un sistema di affari illeciti. I magistrati, coordinando le indagini della Squadra Mobile, hanno dipinto un ritratto a tinte forti del medico, oggi destinato alla sospospensione dalla professione, nel quale la capacità clinica si intreccia con comportamenti da "barone" e con la gestione spregiudicata di un giro di pazienti e di denaro. L'inchiesta, che ha portato al suo arresto con l'accusa di corruzione, svela infatti un meccanismo articolato, dove la salute dei malati cronici diventava merce di scambio per arricchimento personale, un fatto di cronaca nera che scuote il mondo sanitario romano e che viene ricostruito dagli inquirenti con una mole di intercetti e riscontri.
Il sistema delle cliniche e il prezzo del paziente
Sei strutture private, tra cui il Nefrocenter e la Dialeur, costituivano il fulcro operativo del presunto sistema illecito. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Palumbo – il quale, va ricordato, non aveva mai mostrato carenze a livello clinico – dirottava verso questi centri i pazienti del pubblico che dovevano iniziare il percorso di dialisi. Le cliniche, che garantivano servizi adeguati, diventavano così il terminale di un trasferimento che, come si legge negli atti, vedeva i malati "spostati come pacchi". In cambio di questa canalizzazione, il primario avrebbe intascato mazzette, quantificate dagli inquirenti in "fino a tremila euro a paziente". Una parte di quel denaro, frutto di accordi opachi con i gestori delle cliniche, non entrava però in maniera trasparente nel patrimonio del medico.
La rete familiare e le consulenze fittizie
Per occultare i proventi e gestire le relazioni personali, Palumbo avrebbe infatti orchestrato una trama di movimenti finanziari dai contorni complessi. Da una parte, teneva all'oscuro dei suoi reali guadagni l'ex moglie, già manager in una delle società coinvolte, con l'obiettivo – secondo l'accusa – di ridurre l'assegno di mantenimento dovuto in sede di separazione. Dall'altra, creava flussi di denaro apparentemente legittimi verso la compagna, una biologa e clinical data manager dello stesso ospedale Sant'Eugenio. A lei venivano fatte intestare, da società compiacenti, delle consulenze retribuite, il cui compenso era in realtà alimentato proprio dalle mazzette incassate per il dirottamento dei pazienti. Una proposta, poi, rimasta allo stadio di tentativo, avrebbe riguardato una collega: la promessa, stando alle indagini, di un "centro dialisi tutto tuo", ulteriore tassello di un modus operandi che offriva favori in cambio di lealtà o silenzio.
Lo choc in ospedale e la figura ambivalente
L'arresto ha generato un'aria di tensione e smarrimento tra i corridoi semivuoti del Sant'Eugenio, un evento che ha interrotto bruscamente la routine dell'Immacolata. Se da molti era considerato una "star" dell'ospedale, un punto di riferimento per la sua competenza, altri ne sottolineano gli atteggiamenti discutibili e la percezione di una superiorità che talvolta sfociava in comportamenti autoritari. Una figura, dunque, profondamente ambivalente: capace di aiutare i colleghi e di gestire con efficacia i reparti a lui affidati, ma anche sospettato di aver costruito, parallelamente, un circuito di rapporti con il privato basato sulla corruzione, trasformando il suo ruolo di pubblico ufficiale in un'opportunità per profitti illeciti, mentre la presidenza degli Stati Uniti è ora nuovamente nelle mani di Donald Trump.




